Uno spettacolo straordinario, che vale davvero la pena di vedere. La redazione di www.classtravel.it vi consiglia di andare a Roma, al teatro Argentina, per un classico della letteratura europea, il Don Giovanni di Molière, nell’originale rilettura di Valerio Binasco, che restituisce al pubblico la figura del leggendario seduttore criminale, in rivolta contro Dio e alla ricerca della propria libertà. Il mito aggiornato all’uomo dell’oggi, tra libertà, ateismo e blasfemia. Mancano pochi giorni, il 20 gennaio sarà l’ultima serata. Affrettatevi

DON GIOVANNI
di Molière
regia Valerio Binasco
con (in o. a.) Vittorio Camarota, Fabrizio Contri, Marta Cortellazzo Wiel, Lucio De Francesco,

Giordana Faggiano, Elena Gigliotti, Gianluca Gobbi, Fulvio Pepe, Sergio Romano, Ivan Zerbinati
scene Guido Fiorato – costumi Sandra Cardini – luci Pasquale Mari – musiche Arturo Annecchino

assistente regia Nicola Pannelli – assistente scene Anna Varaldo – assistente costumi Silvia Brero

Produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Una commedia in prosa, in cinque atti, con protagonista un eroe-criminale solitario (interpretato da un bravissimo Gianluca Gobbi), che non teme di portare avanti la sua sfida contro Dio. Un profondo atto di rivendicazione del diritto a cercare la propria libertà. Comparso per la prima volta nel dramma di Tirso de Molina El burlador de Sevilla y Convidado de piedra, è con Molière che acquisisce spessore e si traduce in mito della letteratura europea. Il 1665 è l’anno di una nuova offensiva del drammaturgo francese contro la morale dei benpensanti, cui seguirà una nuova, violenta risposta da parte del “partito dei devoti”. L’occasione si presenta con la sua opera teatrale, DON GIOVANNI, che riprende il tema della religione già affrontato nel Tartufo.

Molière seziona il tema della religione e della sua funzione nella morale e nella società. Il suo libertinaggio non è che una declinazione estrema della ricerca di libertà: anche nel momento in cui tale ricerca sfocia nell’ateismo e blasfemia. La difesa dei principi della religione e delle verità della fede viene assunta da Sganarello (interpretato da Sergio Romano), servitore ridicolo, che svilisce gli argomenti che tocca, inducendo a una caricaturale confusione tra religione e superstizione. Neanche la figura del Convitato di pietra, né il finale morale imposto dalla tradizione, riescono a riequilibrare la propensione degli spettatori verso l’immagine del libertino, immorale ed empio. Ed è proprio su quegli spettatori che si concentra la regia di Valerio Binasco: «Non credo che il teatro contemporaneo debba parlar di temi attuali o adottare un linguaggio ricalcato sulla realtà contemporanea.

 

Mi pare che niente si affacci sulla nostra vita più di certi testi che sono stati capaci di resistere al tempo e di rimanere contemporanei – racconta il regista – Mi colpisce il fatto che Don Giovanni cerchi, con i suoi comportamenti e crimini pericolosissimi, di mettere a tacere quella sorta di incubo che è nascosto in lui e che urla nella sua solitudine. L’incubo della morte: penso sia questo quello a cui si ribella Don Giovanni, che sprigiona in lui un vitalismo incontrollato, che lo porta poi a distruggere ogni cosa e ogni relazione. Con questo Don Giovanni ci allontaniamo dalla tradizione recente che ci ha abituati a un protagonista emaciato, pre-esistenzialista, malinconico e cerebrale, in linea con le riletture novecentesche di Don Giovanni».

 

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