Tra solitudine ed emarginazione, Jennifer è un travestito che sopravvive ai margini dell’umanità desolata ritratta da Annibale Ruccello nella sua opera d’esordio, Le cinque rose di Jennifer, che consacrò il successo del giovane autore. Con l’interpretazione della coppia padre-figlio, Geppy Gleijeses e Lorenzo Gleijeses, le due protagoniste, Jennifer e Anna, approdano sul palcoscenico del Teatro India, dal 5 al 9 marzo, per condurci nell’universo del drammaturgo campano che, dalla meraviglia di un’orrida quotidianità, ci proietta in una condizione espressionista di disperazione, inframezzata da attimi di euforia.

Qui i suoi personaggi sono creature fragili, delicate, a volte violente, sempre emarginate sugli estremi della depressione e dell’esuberanza: Jennifer è un “travestito” degli anni ’80, che vive da sola nel “quartiere dei travestiti” a Napoli; mentre Anna, anche lei “travestito”, rasenta la follia, proiettando la sua solitudine sulla gatta. Così, il processo interpretativo non si sviluppa nello straniamento, ma è Jennifer che guarda se stessa, spogliandosi della condizione di travestito (e l’attore che la interpreta nello stesso istante si stacca da lei). Tuttavia, per lei non c’è vita oltre quel distacco, poiché quella sua finzione è la sua stessa verità.

«Mettendo in scena una commedia che ha per protagonisti due travestiti, credo si debba fare una riflessione a monte molto chiara e approfondita – continua Geppy Gleijeses – Spesso soffermandoci ad analizzare parole che normalmente pronunciamo senza pensare, possiamo aprire squarci illuminanti sul loro significato. “Travestito” è una parola molto precisa e indica, come sostantivo, “l’omosessuale maschile che si veste da donna e talvolta si prostituisce” e come aggettivo o participio passato del verbo “travestire” colui che nasconde la propria vera natura assumendo idee e atteggiamenti profondamente diversi dai propri”. Ecco che l’essere attore come l’avere assunto o finto l’identità femminile implica un processo già avvenuto di “travestimento” morale e fisico. Il travestito, ne ho frequentati tanti e negli anni in cui Annibale scrisse “Jennifer” sono stato amico di alcuni, recita la condizione femminile in ogni senso, comportamentale e fisico, è una creatura di confine, “figura deportata” come definisce Ruccello i suoi personaggi, non è un transessuale, non ha fatto il grande salto, vive la sua condizione generalmente in modo doloroso e comunque iperbolico, toccando gli estremi della depressione e dell’euforia, creatura meravigliosa, fragile, delicatissima, a volte violenta ma sempre emarginata. Come Pulcinella non è né bianco, né nero e viene rifiutato dai bianchi perché mezzo nero e dai neri perché mezzo bianco, il travestito non è un uomo, né donna ma una creatura preziosa, un’anima ermafrodita. Dobbiamo quindi considerare che, evitando la “maniera” (anche se Ruccello invita nelle note a mantenere una cantilena napoletana) e naturalmente il macchiettismo, interpretiamo personaggi sovente debordanti che già interpretano a loro volta un ruolo e una condizione. E quindi si deve essere attentissimi a non raddoppiare il travestimento e quindi l’interpretazione. Abbiamo scelto quindi un connotato di base assai realistico; la casa, le piccole cose che ci circondano, i feticci, la colonna sonora, i cibi che cuciniamo, gli odori che sentiamo– continua Gleijeses – Come voleva Annibale il processo interpretativo di questo caso, non deve essere lo straniamento, non è l’attore che scherza su Jennifer, è Jennifer che guarda se stessa. Un gioco molto più complesso, più sfumato di rapporti. E alla fine del nostro spettacolo, davanti alla sua “toletta” struccandosi, Jennifer si spoglia dalla sua condizione di travestito (e l’attore che la interpreta nello stesso istante si stacca da lei) ma per lei non c’è vita oltre quel distacco poiché, e questa è la profonda differenza, quella sua finzione è la sua verità, l’unica possibile. C’è ancora tanto da dire su Ruccello, perché aldilà di alcune lucide analisi, ancora l’emozione fa velo sull’approfondimento della vera natura di questo grande autore. Di lui si deve dire però che tra i contemporanei di caratura importante, quasi tutti napoletani, egli aveva questo senso straordinario della composizione drammaturgica, più che della brillantezza del linguaggio, della “crastola” linguistica abbagliante (che pure aveva in larga misura). Annibale possedeva questo dono singolare di costruire delle strutture perfette di commedia e di dramma, delle storie circolari e complete in cui riusciva a calarci con la sapienza di un talento folgorante per un ragazzo di venticinque anni. Annibale è morto a trent’anni, oggi avremmo la stessa età. Il rimpianto, la stima, il dolore e lo stupore per una sorte così assurda non si sono attenuati in questi anni e non svaniranno mai».

La pièce è il primo momento di un trittico di spettacoli che il Teatro di Roma dedicata all’universo teatrale di Annibale Ruccello, rimpianta voce della drammaturgia partenopea, prematuramente scomparso in un incidente stradale nel 1986, ad appena 30 anni. Un’occasione unica per riscoprire il drammaturgo che, con il suo sguardo acuto e delicato sulle fragilità e la sua scrittura profondamente umana, ha segnato la scena teatrale del Novecento, consegnando al pubblico una visione del mondo fatta di piccole storie, drammi quotidiani e personaggi dalla semplicità delicata ma intensa. L’esplorazione nella produzione teatrale dell’autore in scena al Teatro India inanella alla messinscena de Le 5 rose di Jennifer, anche le pièce Anna Cappelli per la regia di Claudio Tolcachir Ferdinando firmato da Arturo Cirillo (dall’1 al 6 aprile): tre titoli che il Teatro di Roma ha programmato in Stagione come testimonianza dell’arte teatrale di Annibale Ruccello e che lo restituiscono al pubblico in tutta la sua complessità di artista.

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