Al teatro Off di Roma dal 18 al 23 novembre uno spettacolo inedito che scava dentro la memoria, il trauma, l’adolescenza, firmato dalla regista Sonia Barbosa. In doppia lingua, italiano e portoghese.
Ci sono spettacoli che non si limitano a intrattenere: ti chiamano. Ti chiedono di fermarti, di ascoltare quel silenzio interiore che da tempo eviti. Scavare – Escavar, approdato in prima nazionale al Cometa Off di Roma, è uno di questi. È un invito — gentile e insieme impietoso — a rimettere ordine nella soffitta della memoria, dove polvere e ombre convivono con ciò che di noi è rimasto vivo.
Scritto da Letizia Russo e guidato dalla regia attenta e visionaria di Sónia Barbosa, il lavoro segue il cammino di Joana, una giovane donna che per guarire deve fare ciò che tutti temiamo: scendere nei propri sotterranei, “scavare”, come quando si torna alle origini di un dolore per capirne il linguaggio.
Anche il luogo è perfetto: il Teatro Cometa Off è uno degli spazi indipendenti più vivaci della scena romana. Nato come realtà più piccola e sperimentale rispetto al vicino Teatro della Cometa, rappresenta oggi un luogo dedicato alla ricerca e alla produzione teatrale non convenzionale, ospitando spettacoli che si muovono fuori dai grandi circuiti commerciali e privilegiando linguaggi nuovi, compagnie emergenti e drammaturgie contemporanee. Lo spazio, ricavato da un ex locale commerciale e trasformato in sala teatrale anche grazie al lavoro dell’architetto Fabio Tudisco, ha una capienza ridotta — intorno ai 99 posti — che permette un rapporto intimo tra attori e pubblico, favorendo quella vicinanza che è spesso la cifra estetica del teatro off.
Il Cometa Off fa parte del progetto più ampio del Centro Internazionale La Cometa, che comprende anche una scuola di formazione attoriale e diverse attività artistiche, diventando così un punto di riferimento per chi cerca un teatro attento alla formazione e alla sperimentazione.
Il teatro si trova nel cuore di Roma, in via Luca della Robbia 47, all’interno di un edificio di fine Ottocento che conserva ancora le caratteristiche capriate in ferro “Polonceau”, testimonianza dell’architettura industriale dell’epoca e cornice suggestiva per una scena votata alla creatività e al rinnovamento.
Il tempo dello spettacolo non è il nostro tempo frenetico; è un tempo sospeso, quasi liquido. Joana attraversa luoghi che somigliano ai sogni che facciamo nelle notti difficili: corridoi vuoti, porte socchiuse, piramidi interiori fatte non di pietra, ma di ricordi che si accatastano l’uno sull’altro. È un viaggio che riguarda ciascuno di noi, perché tutti abbiamo, da qualche parte, una stanza chiusa a chiave.
La regia di Barbosa costruisce un mondo fragile e simbolico, in cui realtà e memoria si intrecciano come due lingue che cercano di capirsi. Non è un caso che il lavoro sia recitato in italiano e portoghese: due suoni diversi, due respiri diversi, che raccontano come la stessa verità possa avere accenti molteplici. Eppure, proprio quella traduzione che scorre sullo schermo, necessaria e generosa, a tratti distoglie dal corpo vivo delle attrici, che sono lì, in carne e presenza, a farsi veicolo di un sentire intimo.

Le scenografie di Ana Limpinho sono essenziali, quasi ascetiche: pochi oggetti, qualche velo, ombre che sembrano voler dire più delle parole. Sono segni, indizi di un’archeologia dell’anima che non ha bisogno di spiegarsi. Le luci di Cristòvão Cunha fanno il resto: illuminano e oscurano come fa la vita, con i suoi momenti di buio che non sono altro che il preludio a un chiarore nuovo.
E poi c’è la musica di Stefano Switala, che non accompagna: suggerisce, solleva, porta altrove. È come un vento che entra da una finestra lasciata aperta e muove le tende del non detto. A tratti sembra di ascoltare non note, ma emozioni che prendono forma.
Al centro di tutto, resta la ferita dell’adolescenza: quella stagione in cui basta uno sguardo storto per cambiare la rotta di un’esistenza. Joana, vittima di bullismo e isolamento, si porta dentro una rabbia antica, una sete di riscatto che molti riconosceranno. Lo spettacolo non giudica, non consola: invita a guardare. A leggere gli “scritti antichi” che ognuno porta tatuati dentro, anche quando non li ha mai decifrati.
La scrittura di Russo è poetica, enigmatica, e proprio per questo capace di arrivare al cuore. La regia mantiene un equilibrio prezioso tra leggerezza e profondità, tra sogno e concretezza. Certo, qualche momento iniziale appare più statico, come se Joana cercasse ancora il coraggio di cominciare davvero il suo viaggio. Ma quando lo fa, lo spettatore la segue senza più esitazioni.
Scavare – Escavar è un’opera che non vuole piacere: vuole trasformare. È un piccolo rito teatrale, un’occasione per ascoltare quella parte di noi che di solito taciamo. Ed è questo, forse, il dono più grande che lo spettacolo porta alla stagione del Cometa Off: ricordarci che per ritrovarsi, a volte, bisogna perdersi. E scavare. Sempre più giù. Fino a quando qualcosa, finalmente, ricomincia a respirare.





