Nuova traduzione dal russo della novella Il sottotenente Kižè, che ha ispirato una suite di Prokofiev e un film. Un divertente e corrosivo ritratto della Russia zarista ai tempi di Paolo I
Ci sono storie che, come certe battute di vento nelle steppe russe, arrivano leggere eppure sollevano interi strati di polvere nascosta. Il sottotenente Kižè è una di queste. Torna oggi in una nuova traduzione dal russo di Francesca Tuscano, quasi fosse un messaggero del passato che, dopo un lungo viaggio, ritrova la voce giusta per farsi capire. È un racconto breve, appena ottantaquattro pagine, ma dentro vi scorre tutta la follia dolceamara della Russia zarista ai tempi di Paolo I: un mondo in cui il potere era un labirinto e la burocrazia la sua guardiana cieca.
La storia nasce da un gesto semplice, un errore di mano, come quelli che tutti possiamo commettere nelle ore stanche della giornata. Un giovane scrivano militare — maldestro, impaurito, forse solo troppo umano per quel mondo di rigide uniformi — sbaglia nel ricopiare due ordinanze destinate alla firma dell’imperatore. Da quei due sbagli, da due parole mal tracciate, prende forma un miracolo grottesco: un uomo reale viene cancellato dalla vita ufficiale, mentre un altro, inesistente, viene invece chiamato all’esistenza. E che esistenza! Il fantasma senza corpo che sarà poi conosciuto come sottotenente Kižè attraverserà la burocrazia come un figlio legittimo, sarà prima punito ed esiliato in Siberia, poi riabilitato, promosso, perfino amato. Avrà una moglie, un figlio, e infine — ironia suprema — morirà e riceverà solenni funerali di Stato, pianto dallo stesso sovrano che non lo ha mai visto.
Un copista militare maldestro e inesperto compie due errori nello scrivere altrettante ordinanze da sottoporre alla firma di Paolo I, imperatore di Russia: una persona in carne e ossa viene data per morta e un individuo inesistente viene destinato a una favolosa carriera. È un divertentissimo e corrosivo ritratto della Russia zarista quello offerto dalla novella di Jurij Tynjanov Il sottotenente Kižè, scritto nel 1928. La novella ebbe molto successo al punto da ispirare un film con lo stesso titolo, diretto nel 1934 da Aleksandr Michajlovic Fajncimmer, e la Suite op. 60 di Sergej Prokofiev.
[…] nella novella storica di Jurij Tynjanov Il sottotenente Kiže un banale errore di trascrizione agisce come motore, anche in questo caso identitario, della vicenda. Un giovane e inesperto scritturale è intento a ricopiare l’ordine del giorno che dovrà essere sottoposto al sovrano. Angosciato dal ritardo, dalle interruzioni e dal timore di sbagliare, commette due involontarie mistificazioni che producono effetti inattesi, ma reali. Pur non esistendo, il sottotenente Kiže esiste in virtu’ di un lapsus, di una semplice maiuscola su un documento. Ufficiale ignoto e incorporeo, senza volto, ma con un cognome, Kiže sarà esiliato in Siberia su ordine dell’imperatore, poi richiamato dall’esilio, promosso al grado superiore e persino sposato a una dama d’onore. Ai tasselli di questa elementare biografia si deve aggiungere la notorietà che presto si assocerà al suo nome assieme al rigore della sua condotta militare. L’errore di scrittura che lo ha generato lo protegge da ogni possibile sbaglio e lo proietta in un mondo di perfezione irreale perché gli automatismi della finzione militar-burocratica non ha al proprio interno la possibilità di emendarsi: tutti fingono di vedere ciò che non esiste. (Roberto Alessandrini)
È straordinario come Jurij Tynjanov, con questa novella del 1928, riesca a raccontare l’essenza di un sistema capace di trasformare un errore di penna in una verità indiscutibile. La Russia zarista che emerge da queste pagine non è solo un luogo geografico o storico, ma una condizione dello spirito: un mondo dove si finisce per obbedire più ai timbri che alla realtà, più alle firme che alle persone. Ed è forse proprio per questo che il racconto ebbe tanta fortuna da ispirare sia un film — nel 1934, con la regia di Aleksandr Fajncimmer — sia la celebre Suite op. 60 di Sergej Prokofiev, una musica che vibra dell’assurdità poetica della vicenda.
Nella lettura di Roberto Alessandrini, si sente chiaramente come la vera forza della storia stia in questo paradosso: Kižè “non esiste”, eppure esiste più dei vivi. È un’ombra che la macchina amministrativa non può più cancellare, perché quella macchina non conosce retromarcia. Tutti fingono di vedere ciò che non c’è, e nel farlo costruiscono, giorno dopo giorno, la biografia di un uomo immaginario che diventa più impeccabile e più obbediente di qualsiasi uomo reale. Non sbaglia mai, non disobbedisce, non si lamenta. È il soldato perfetto. Il sogno di ogni potere.
E poi c’è l’autore, Jurij Tynjanov (1894-1943), figura complessa della cultura russa. Nato nella borghesia ebraica, studioso brillante a Pietroburgo, compagno di strada di Šklovskij ed Ėjchenbaum, fondatore con loro della Società per lo studio del linguaggio poetico — uno dei cuori pulsanti del Formalismo russo — Tynjanov portava con sé uno sguardo che univa rigore e fantasia, studio e ironia. Non stupisce che dal 1925 si sia dedicato anche al cinema: è proprio il tipo di autore che sa vedere il mondo come una scena, il potere come un copione, e l’uomo come un personaggio tragico e buffo al tempo stesso.
Raccontare Kižè, oggi, è un po’ come affacciarsi su quel vasto teatro della vita in cui ci muoviamo tutti: confusi, distratti, spesso travolti da meccanismi più grandi di noi. Eppure, proprio come in questa novella, sarebbe sufficiente guardare meglio le parole che scriviamo — o che accettiamo senza leggere — per scoprire che un piccolo errore può creare un universo intero. O dissolverlo.
A cura e con la traduzione dal russo di Francesca Tuscano
Nota di lettura di Roberto Alessandrini
Pagine 84, 12 euro
Bibliotheka
Dal 5 dicembre





