Nel cuore arido del deserto, gli archeologi dell’Università Ebraica di Gerusalemme stanno riportando alla vita una fortezza-palazzo che ha attraversato duemila anni di storia: da prigione di Erode a monastero bizantino, passando per visite imperiali e tesori nascosti

Ci sono luoghi dove la storia non scorre lineare ma si stratifica, secolo dopo secolo, civiltà dopo civiltà, creando un palinsesto archeologico che è insieme puzzle da ricomporre e romanzo d’avventura da decifrare. Horvat Hyrcania – le “Rovine di Hyrcania” – nel nord del Deserto della Giudea è uno di questi luoghi. E ciò che sta emergendo dalla terza stagione di scavi, iniziata all’inizio del 2026, è una narrazione che intreccia potere politico, paranoia regale, devozione monastica e tesori nascosti in un arco temporale che va dal II secolo a.C. fino all’alba dell’Islam.

Un sito che Flavio Giuseppe, storico del I secolo, menzionava tra le fortezze più importanti del regno asmoneo. Un luogo dove Erode il Grande ospitava imperatori romani e giustiziava i propri figli. Rovine che cinque secoli dopo divennero monastero cristiano, custode di papiri antichi e reliquie sacre. E oggi, finalmente, oggetto di scavi sistematici e scientifici che stanno restituendo al mondo una storia mai raccontata per intero.

Una fortezza nata per controllare il deserto

La storia di Hyrcania inizia tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., nel periodo tumultuoso della dinastia asmonea – quella famiglia di sommi sacerdoti ebrei che, dopo la rivolta dei Maccabei, aveva conquistato l’indipendenza dal dominio seleucide e fondato un regno che si estendeva su gran parte dell’attuale Israele e territori limitrofi.

La fortezza venne edificata – probabilmente dal sommo sacerdote Giovanni Ircano, da cui il nome, o da suo figlio Alessandro Ianneo – come parte di una rete di fortificazioni strategiche destinate a controllare gli accessi orientali del regno. Immaginate: il Deserto della Giudea, territorio arido e impervio che scende verso il Mar Morto, era la frontiera naturale ma anche la via di invasione da est. Chi controllava le fortezze su questi picchi rocciosi controllava il cuore della Giudea.

Hyrcania faceva parte di un sistema che includeva Alexandrion a nord (Sartaba, oggi anch’essa in fase di scavo) e Macheronte, oltre il Mar Morto – quest’ultima tristemente nota come il luogo dove, secondo la tradizione, fu decapitato Giovanni Battista.

I TESORI DI SALOME ALESSANDRA

La nostra conoscenza di Hyrcania in questo periodo proviene principalmente da Flavio Giuseppe, lo storico ebreo-romano che è fonte primaria insostituibile per il periodo del Secondo Tempio. Giuseppe riferisce un dettaglio affascinante: Hyrcania era una delle tre fortezze nelle quali la regina Salome Alessandra – in ebraico Shlomtzion, vedova di Alessandro Ianneo – custodiva i propri tesori.

Pensateci: non semplici depositi ma fortezze-forziere, inaccessibili, protette da guarnigioni militari, arroccate su alture che rendevano impossibile un assalto a sorpresa. I tesori reali asmonei – oro, argento, gioielli, probabilmente anche documenti e archivi – erano così preziosi da richiedere questa distribuzione strategica.

Trovare quei tesori è il sogno di ogni archeologo (e, purtroppo, di ogni saccheggiatore di antichità – motivo per cui gli scavi attuali hanno anche una componente di “emergenza”: arrivare prima dei tombaroli). Finora non sono emersi tesori monumentali, ma la stagione è ancora giovane.

Erode Il Grande, tra ospitalità imperiale e paranoia

Nei primi anni del dominio romano, il sito fu distrutto da Gabinio, uno dei generali di Pompeo – l’ennesimo episodio della turbolenta transizione della Giudea da regno indipendente a provincia romana. Ma la vera rinascita di Hyrcania avvenne sotto Erode il Grande, il re-cliente di Roma che regnò dal 37 al 4 a.C. e che trasformò la Giudea con progetti edilizi faraonici.

Erode ricostruì e ampliò Hyrcania, trasformandola in uno dei suoi palazzi-fortezza. E qui emerge la dualità inquietante del personaggio: da un lato, il monarca magnifico che ospitava qui nientemeno che Marco Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, durante la visita diplomatica in Giudea del 15 a.C.

Immaginare l’entità dei preparativi per un ospite di tale rango è affascinante: Marco Agrippa era il generale più fidato di Augusto, l’uomo che aveva vinto la battaglia di Azio garantendo ad Augusto il potere assoluto. La sua visita non era cortesia ma controllo: Augusto inviava il genero per tenere d’occhio Erode, vassallo potente ma potenzialmente instabile.

Hyrcania doveva brillare. Le decorazioni, gli affreschi policromi, gli stucchi raffinati che gli archeologi stanno portando alla luce in questa terza stagione – simili a quelli dei palazzi asmonei di Gerico e della “Città Alta” di Gerusalemme, quartiere dell’élite – raccontano proprio questa necessità: impressionare Roma, dimostrare civiltà, potenza, controllo.

Nord della Giudea. Credit Oscar Bejarano Staff Officer of Archaeology

Ma Hyrcania era anche prigione. Flavio Giuseppe racconta che Erode imprigionò e fece giustiziare qui molti dei suoi nemici – reali o immaginari. E nella cupa conclusione del regno, quando Erode era gravemente malato e preda della paranoia che lo aveva portato a uccidere la moglie amata Mariamne e diversi figli, qui si consumò l’ultimo omicidio familiare.

Il primogenito Antipatro, che Erode sospettava (forse a ragione) di complottare per accelerarne la morte e prendere il trono, fu giustiziato proprio a Hyrcania e sepolto “senza cerimonie” – un finale ignominioso per quello che avrebbe dovuto essere erede al regno.

Cinque giorni dopo, Erode stesso morì. E con lui, Hyrcania iniziò il suo lento declino.

L’abbandono e il ritorno, il monastero bizantino

Dopo la morte di Erode nel 4 a.C., il sito perse gradualmente importanza strategica. Le lotte di successione tra i figli di Erode, l’instabilità politica crescente, e infine la grande rivolta ebraica del 66-70 d.C. che portò alla distruzione del Secondo Tempio, trasformarono la Giudea. Le fortezze asmonee ed erodiane divennero anacronistiche.

Hyrcania fu abbandonata. Per cinque secoli, il vento del deserto soffiò tra le rovine, coprendo affreschi e pavimenti con sabbia e detriti.

Poi, nel pieno del dominio cristiano bizantino e del fiorire del monachesimo nel deserto – quel movimento ascetico che portava monaci a cercare Dio nella solitudine più estrema – tra le rovine antiche venne fondato un monastero.

Il fondatore era “Santo Saba”, figura leggendaria del cristianesimo orientale, che aveva fondato il celebre monastero di Mar Saba circa quattro chilometri a sud-ovest – monastero ancora oggi abitato da monaci ortodossi dopo 1500 anni ininterrotti.

Il nuovo monastero prese il nome di “Castellion” – “piccolo castello” in greco, riferimento evidente alle rovine della fortezza che lo ospitavano. I monaci riutilizzarono le strutture antiche: cisterne d’acqua di epoca asmonea ed erodiana vennero convertite in celle monastiche, spazi comuni divennero chiese e refettori.

I papiri di MIRD, un tesoro quasi perduto

Ed è qui che la storia diventa thriller archeologico. Il monastero rimase attivo ben oltre la conquista islamica della regione (638 d.C.), probabilmente fino all’800 d.C. circa. A quel punto era noto con il nome arabo Khirbet el-Mird, che conserva il termine siriaco marda, “fortezza”.

All’inizio degli anni Cinquanta del Novecento, un deposito di papiri provenienti da “Mird” giunse misteriosamente al Museo Rockefeller, nella Gerusalemme Est allora sotto controllo giordano. Come erano arrivati? Chi li aveva trovati? Beduini, probabilmente, nella loro conoscenza enciclopedica del deserto.

Roland de Vaux – lo stesso archeologo domenicano che stava scavando Qumran e scoprendo i famosi Rotoli del Mar Morto – li esaminò e comprese immediatamente l’importanza. Sollecitò un collega belga, Robert de Langhe dell’Università di Lovanio, ad avviare una spedizione per “salvare” eventuali papiri rimasti sul posto prima che fossero dispersi o distrutti.

De Langhe trascorse un breve periodo nel sito, guidato da beduini locali, e recuperò decine di papiri da due cisterne convertite in celle monastiche. Scritti in greco bizantino, aramaico cristiano e arabo antico – testimonianze preziose della vita monastica, della liturgia, dell’amministrazione quotidiana di una comunità religiosa nel deserto.

Ma – e questo è il dramma che perseguita l’archeologia del periodo – l’operazione fu tutt’altro che uno scavo scientifico ordinato. Recupero d’emergenza, documentazione minima, e poi… silenzio. Pochissimi di questi papiri sono stati pubblicati. Giacciono in collezioni museali, in gran parte inediti, custodi di segreti ancora da decifrare.

John Allegro e i tesori del Rotolo di rame

Alcuni anni dopo l’operazione papiri, un altro personaggio pittoresco entra nella storia di Hyrcania: John Allegro, filologo dell’Università di Manchester e membro eterodosso (eufemismo) del team di de Vaux a Qumran.

Allegro era ossessionato dal Rotolo di Rame di Qumran – quel misterioso catalogo inciso su lamine di rame che elencava 64 luoghi di occultamento dei tesori del Tempio di Gerusalemme. Mentre gli altri studiosi consideravano il rotolo leggendario o simbolico, Allegro credeva letteralmente ai tesori e decise di cercarli.

Esaminò le rovine sulla sommità di Hyrcania, poi concentrò l’attenzione sul wadi sottostante, Nahal Sekhakha – menzionato ben cinque volte nel Rotolo di Rame. E lì scoprì le aperture di due misteriosi tunnel scavati nella roccia, immediatamente a nord della fortezza.

Allegro non scavò i tunnel (forse mancavano mezzi o autorizzazioni), ma la scoperta rimase negli annali. Quarant’anni dopo, tra il 2000 e il 2006, Oren Gutfeld – uno dei direttori dell’attuale spedizione – insieme a Yakov Kalman dell’Università Ebraica, scavò integralmente entrambi i tunnel.

Il risultato fu sbalorditivo: uno dei tunnel scendeva oltre 120 metri di profondità nella roccia viva. Un’opera di ingegneria incredibile, scavata a mano, con pendenze calcolate per… cosa? Accesso all’acqua? Vie di fuga? Depositi segreti?

Gutfeld e Kalman proposero un’ipotesi agghiacciante: i tunnel erano stati realizzati tramite lavoro forzato dai prigionieri condannati di Erode. Schiavi scavatori, condannati a morire nelle viscere della terra per creare passaggi che forse il re non utilizzerà mai.

Tesori del Tempio non ne trovarono. Ma la domanda rimane: cosa cercavano gli scavatori antichi? E cosa potrebbe ancora nascondersi nel sottosuolo?

La terza stagione: scavi sistematici (finalmente)

L’attuale spedizione, avviata da Oren Gutfeld e Michal Haber nella primavera del 2023, rappresenta i primi scavi sistematici e accademici mai condotti nel sito. Leggete bene: mai. Prima c’erano stati recuperi d’emergenza, ricognizioni, scavi di tunnel, ma mai uno scavo stratigrafico completo, documentato secondo gli standard moderni.

Questo è sia eccitante che frustrante. Eccitante perché significa che praticamente tutto ciò che emerge è nuovo, inedito, sorprendente. Frustrante perché significa anche che decenni di saccheggi e recuperi non documentati hanno disperso chissà quante informazioni.

Il progetto attuale unisce scavi accademici con attività di conservazione e valorizzazione, con l’obiettivo dichiarato di aprire l’area al pubblico – rendendo Hyrcania accessibile a visitatori, studenti, appassionati – mantenendo al contempo un costante vantaggio sui saccheggiatori di antichità che purtroppo infestano i siti archeologici della Giudea.

I tesori della terza stagione

E veniamo ai risultati concreti di questa terza stagione, iniziata poche settimane fa. Ogni scoperta aggiunge un tassello al mosaico.

1. Una rara iscrizione ebraica

Un piccolo frammento di pietra, rinvenuto da un bambino in visita (dettaglio delizioso: a volte gli occhi freschi dei bambini vedono ciò che gli adulti cercatori sistematici perdono), conserva tracce di due lettere ebraiche: shin e lamed.

È la prima iscrizione ebraica scoperta nel sito. Questo è significativo: la maggior parte delle iscrizioni finora erano greche (epoca bizantina) o latine (epoca romana). Un’iscrizione ebraica potrebbe risalire al periodo asmoneo, quando l’ebraico era ancora usato per iscrizioni ufficiali, o al periodo erodiano.

Due lettere sole non permettono di ricostruire il testo completo, ma gli specialisti di epigrafia sanno estrarre informazioni incredibili anche da frammenti minimi: stile della scrittura, tipo di pietra utilizzata, contesto di ritrovamento. Il lavoro di decifrazione è appena iniziato.

2. La piazza monumentale e l’ala palatina asmonea

Gli archeologi hanno portato alla luce una piazza monumentale a gradoni, pavimentata in pietra, che conduce a un’ala monumentale del palazzo-fortezza di epoca asmonea, successivamente riorganizzata sotto Erode.

Questa è architettura del potere. Le piazze a gradoni erano tipiche dell’architettura ellenistica – gli Asmonei, pur essendo sommi sacerdoti ebrei campioni dell’identità nazionale, erano profondamente influenzati dalla cultura greca che dominava il Mediterraneo orientale. I loro palazzi imitavano quelli dei re ellenistici.

Gli ambienti presentano affreschi policromi e decorazioni in stucco note dai palazzi asmonei di Gerico e dalla “Città Alta” di Gerusalemme (l’attuale Quartiere Ebraico), dove risiedevano gli abitanti più facoltosi.

Affreschi nel deserto. Pensate alla difficoltà: trasportare pigmenti, maestranze specializzate, l’acqua necessaria per gli stucchi, in un luogo raggiungibile solo a piedi o a dorso d’asino, sotto il sole implacabile della Giudea. Ma il potere deve manifestarsi visivamente, e i re asmonei non erano da meno dei sovrani ellenistici loro contemporanei.

3. L’impianto termale erodiano

Un impianto termale – bagni riscaldati secondo la tecnologia romana dell’ipocausto – sembra essere stato aggiunto in epoca erodiana. Ancora nelle primissime fasi di scavo, ma già l’identificazione è emozionante.

Erode era ossessionato dai bagni romani. Costruì terme in tutti i suoi palazzi: Masada, Herodion, Gerico, Cesarea Marittima. Erano simbolo di romanitas, di adesione al modello culturale dell’impero dominante. Ma erano anche piacere reale: dopo ore nel deserto torrido, immergersi in acqua calda (o fredda, nelle varie sale del complesso termale) era lusso supremo.

Se l’impianto termale di Hyrcania verrà scavato integralmente, potremmo trovare mosaici, tubature in piombo, forse anche iscrizioni dedicatorie. Erode amava firmare le sue opere.

4. I tesori del monastero bizantino

Ma le scoperte più spettacolari vengono dallo strato bizantino, l’ala inferiore occidentale del monastero che giaceva sotto un massiccio strato di crollo – muri crollati, travi bruciate, detriti accumulati in oltre mille anni.

Scavare uno strato di crollo è lavoro improbo ma potenzialmente ricchissimo: gli oggetti rimangono “sigillati” sotto le macerie, protetti da saccheggiatori ma anche da erosione naturale.

Ed ecco cosa è emerso:

Un frammento di iscrizione greca bizantina

Incisa con chiarezza da uno scriba monastico esperto – la calligrafia è professionale, non graffito improvvisato. Secondo una lettura preliminare di Avner Ecker dell’Università Ebraica, specialista di epigrafia bizantina, il testo recita: “Cristo… Pau[lus]… Servo di Dio”.

Probabilmente un epitaffio. Paolo (Paulus) era un monaco sepolto qui? O forse il committente di un’opera pia? L’iscrizione frammentaria lascia spazio all’interpretazione, ma ci restituisce un nome, una persona reale che visse e pregò tra queste rovine 1400 anni fa.

Due monete d’oro di Eraclio

Questo è oro letterale e metaforico. Due solidi dell’imperatore bizantino Eraclio, coniati a Costantinopoli tra il 613 e il 641 d.C. Ciascuno pesa 4,5 grammi di oro di altissima purezza – gli standard della zecca imperiale erano rigidissimi.

I solidi attestano la stabilità fiscale dell’impero bizantino anche in un periodo tumultuoso. Eraclio regnò durante una delle crisi più drammatiche di Bisanzio: la guerra devastante contro i Persiani sasanidi che occuparono brevemente Gerusalemme (614 d.C.), portando via la reliquia della “Vera Croce” dal Santo Sepolcro.

Eraclio condusse una controffensiva epica, sconfisse i Persiani, e intorno al 630 d.C. restituì trionfalmente la Vera Croce alla Chiesa del Santo Sepolcro – evento celebrato ancora oggi nella liturgia ortodossa e cattolica con la festa dell’Esaltazione della Santa Croce.

Le monete trovate a Hyrcania datano proprio a questo periodo drammatico. Erano risparmio di un monaco? Donazione alla comunità monastica? Tesoro nascosto durante un’incursione?

Un anello d’oro con pietra gialla

Anello ritrovato durante lo scavo. Credit pic Michal Haber Hebrew University of Jerusalem

Piccolo, di misura femminile, incastonato con una pietra gialla chiara – forse citrino o topazio. Un anello da donna in un monastero maschile?

Le spiegazioni possibili: reliquia di una benefattrice, ricordo di una madre o sorella portato da un monaco, oppure semplicemente dono votivo. Oppure – ipotesi più romantica – testimonianza di una presenza femminile nel monastero in qualche momento della sua storia.

I monasteri bizantini erano prevalentemente maschili o femminili, ma esistevano anche doppie comunità con sezioni separate. O forse l’anello apparteneva a una pellegrina che visitò Castellion e lo lasciò come offerta.

Il coperchio di reliquiario

Questo oggetto è forse il più affascinante dal punto di vista devozionale. Un coperchio di reliquiario in pietra, simile al coperchio di un sarcofago in miniatura.

I reliquiari erano (e sono) piccoli contenitori utilizzati in chiese, monasteri o santuari per custodire reliquie sacre – frammenti ossei di santi, pezzi di tessuto toccati da figure venerate, schegge della “Vera Croce”, terra dalla Terra Santa.

Il ritrovamento di Hyrcania potrebbe essere stato associato allo stesso Santo Saba, suggeriscono Gutfeld e Haber. Saba fondò il monastero di Castellion; è plausibile che dopo la sua morte (532 d.C.) una reliquia – un frammento osseo, un indumento – sia stata portata qui come protezione spirituale della comunità.

Trovare il coperchio ma non (ancora) il contenitore completo lascia il mistero aperto: cosa custodiva? Dov’è finita la reliquia? È stata portata via quando il monastero fu abbandonato, preservata in qualche chiesa o monastero discendente? O giace ancora sepolta da qualche parte nel sito, in attesa di essere scoperta?

Un palinsesto culturale straordinario

Ciò che rende Hyrcania così affascinante non è una singola epoca o scoperta, ma la stratificazione: regno asmoneo, dominio erodiano, conquista romana, monachesimo bizantino, presenza islamica primitiva.

Ogni strato racconta una storia diversa, ogni periodo ha lasciato tracce materiali che ora gli archeologi stanno pazientemente separando, catalogando, interpretando.

È un microcosmo del Deserto della Giudea, regione che ha visto passare tutte le civiltà del Vicino Oriente antico: ebrei, greci, romani, bizantini, persiani, arabi. Ognuna ha lasciato il segno.

Gutfeld e Haber sottolineano che resta ancora molto da scoprire. Gli scavi coprono solo una frazione del sito. Sotto metri di detriti potrebbero celarsi altre iscrizioni, altri tesori, forse anche i leggendari tesori di Salome Alessandra o le tracce del passaggio di Marco Agrippa.

Visitare HYRCANIA, presto sarà possibile

Uno degli obiettivi dichiarati del progetto è aprire il sito al pubblico. Questo è importante: troppi siti archeologici in Israele e Palestina rimangono inaccessibili, conosciuti solo da specialisti.

Hyrcania – con la sua storia stratificata, la posizione spettacolare nel deserto, la vista sul Mar Morto – potrebbe diventare meta di pellegrinaggi archeologici, di visite scolastiche, di turismo culturale consapevole.

Immaginate camminare tra le rovine dove Erode camminava, toccare i muri che videro l’arrivo di Marco Agrippa, sostare nelle celle dove monaci bizantini pregavano mentre l’impero crollava intorno a loro.

Ovviamente l’apertura al pubblico richiede infrastrutture: sentieri sicuri, pannelli esplicativi, forse un piccolo visitor center. Ma l’investimento vale: rendere la storia accessibile significa renderla viva.

Archeologia contro il tempo

C’è una corsa contro il tempo. I saccheggiatori di antichità – figura endemica in tutto il Medio Oriente – sanno che i siti non scavati sono ricchi di oggetti vendibili. Monete, gioielli, iscrizioni spariscono nel mercato nero internazionale, perduti per sempre alla scienza.

Gli scavi di emergenza e ricerca accademica sotto la direzione di Gutfeld e Haber hanno anche questa funzione: documentare scientificamente prima che sia troppo tardi, proteggere il patrimonio, scoraggiare i tombaroli attraverso la presenza costante.

Ogni moneta registrata in catalogo scientifico, ogni frammento di iscrizione fotografato e pubblicato, ogni struttura mappata è una vittoria contro l’oblio.

Ascoltare le pietre

Hyrcania è ancora lì, arroccata nel deserto, battuta dal vento e dal sole come duemila anni fa. Ma ora, per la prima volta, qualcuno sta ascoltando sistematicamente ciò che le pietre hanno da raccontare.

Ogni frammento di ceramica, ogni moneta ossidata, ogni traccia di affresco sbiadito è una parola in una frase lunghissima che stiamo appena iniziando a leggere.

Gli Asmonei costruirono fortezze per controllare un regno. Erode le trasformò in palazzi per impressionare Roma. I monaci le convertirono in celle per pregare Dio. Ognuno ha lasciato tracce. Ognuno credeva che la propria epoca sarebbe durata per sempre.

E invece sono tutti polvere. Restano solo le pietre. E gli archeologi che, con pazienza infinita, le interrogano.

Gutfeld e Haber hanno ragione: resta ancora molto da scoprire. Forse i tesori di Salome Alessandra. Forse la tomba “senza cerimonie” di Antipatro. Forse altri papiri nelle cisterne non ancora scavate. Forse niente di tutto questo.

Ma anche se non trovassero altro oro, anche se non emergessero altri tesori spettacolari, il vero tesoro è già stato trovato: la storia. Le vite. I nomi incisi sulla pietra – Paulus, servo di Dio – che riportano alla luce persone dimenticate da quattordici secoli.

E questo, forse, è il miracolo più grande dell’archeologia: restituire voce ai morti, far parlare le rovine, trasformare pietre mute in testimoni eloquenti del nostro passato condiviso.

Il Deserto della Giudea custodisce ancora molti segreti. Ma Hyrcania, lentamente, sta iniziando a parlare.


INFORMAZIONI

Progetto archeologico: Horvat Hyrcania
Direzione: Prof. Oren Gutfeld e Dr. Michal Haber, Università Ebraica di Gerusalemme
Periodo: Scavi in corso (terza stagione iniziata gennaio 2026)
Apertura al pubblico: Prevista al completamento delle infrastrutture di sicurezza e valorizzazione

Per aggiornamenti sugli scavi e future possibilità di visita, consultare i siti dell’Università Ebraica di Gerusalemme e dell’Ufficiale Responsabile per l’Archeologia di Giudea e Samaria.

Il deserto nasconde. L’archeologia rivela. Hyrcania parla. Basta saperla ascoltare.

Testo di Redazione|Riproduzione riservata © www.classtravel.it

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