Sono salita a Plaça d’Espanya in una domenica mattina di gennaio, quando il vento soffiava dal Montjuïc e la città aveva ancora negli occhi il sonno. Le due torri veneziane si ergevano come sentinelle di un tempo che fu, guardiane immobili di una piazza che ha visto passare un secolo intero di storia catalana.

E lì, proprio lì dove una volta la folla gridava olé e il sangue della corrida macchiava la sabbia, oggi la gente sale le scale mobili con le borse della spesa.

L’Arenes de Barcelona, la vecchia plaza de toros di Plaça d’Espanya, inaugurata nel 1900. O quello che ne resta. La facciata è ancora quella, mattoni rossi e archi moreschi, quella mescolanza di stili che in Spagna chiamano neomudejar e che ti fa pensare a epoche sovrapposte, a culture che si sono incontrate e scontrate su questa terra per secoli. Ma è solo un guscio, un’apparenza. Dentro, tutto è cambiato: fu convertita intorno al 2011 in un centro commerciale e di intrattenimento su progetto dell’architetto Richard Rogers.

photocredit Anna_Maria_De_Luca

Dove un tempo entravano i toreros con i loro abiti di luci e la paura negli occhi ora c’è un centro commerciale. Negozi di abbigliamento, profumerie, catene internazionali. La musica di sottofondo, sempre quella musica che è uguale a Madrid come a Tokyo, a New York come a Dubai. La globalizzazione ha un suo soundtrack, e non è particolarmente ispirato.

Al posto della sabbia c’è un pavimento lucido, e dove i tori caricavano ora ci sono bambini che mangiano gelati e teenager che si fanno selfie. Sopra la testa, una cupola di vetro lascia entrare la luce catalana, quella luce speciale che ha fatto innamorare tanti pittori.

Un vecchio seduto su una panchina mi ha guardato. Aveva quello sguardo che hanno gli anziani quando riconoscono un forestiero che cerca di capire. “¿Primera vez?” mi ha chiesto. Prima volta. Gli ho sorriso, gli ho detto di sì. “Io l’ho vista quando era ancora arena,” ha detto in catalano, mescolato a spagnolo. “Mio padre mi portava. Non mi piacevano le corride, ma era diverso. Era… vero.”

Vero. Che parola strana da usare per un posto dove si uccidevano animali per spettacolo. Eppure capivo cosa intendeva. C’era un’autenticità anche nella crudeltà, una connessione diretta con qualcosa di antico, di viscerale. Oggi tutto è mediato, addolcito, commercializzato.

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La Catalogna ha vietato le corride nel 2012. Una decisione politica tanto quanto etica. Un modo per distinguersi dalla Spagna, per affermare la propria identità. E forse era giusto così. Ma cosa metti al posto di un simbolo, quando lo rimuovi? Un centro commerciale. Una scelta forse difficile da comprendere.

La storia stessa dell’abolizione delle corride è stata ricca di colpi di scena. Il Parlamento catalano approvò il divieto a luglio del 2010, su proposta di un’iniziativa legislativa popolare — la piattaforma Prou! (Basta!) — che aveva raccolto 127.500 firme. Il divieto entrò ufficialmente in vigore con il nuovo anno 2012. L’ultima corrida si tenne alla Plaza de La Monumental nel 2011, con ventimila spettatori e biglietti arrivati a costare 1.500 euro.

Ma la storia non finì lì. Nel 2016 la Corte Costituzionale spagnola annullò il divieto con 9 voti favorevoli e 3 contrari, motivando che la corrida era stata classificata nel 2013 come patrimonio culturale immateriale della nazione, e quindi la sua regolamentazione era competenza esclusiva dello Stato, non delle regioni. La risposta catalana fu sprezzante. Il sindaco Ada Colau dichiarò che Barcellona si era dichiarata contraria alle corride sin dal 2004 e che, qualsiasi cosa dicesse il Tribunale, la città avrebbe fatto applicare le normative contro il maltrattamento animale.

In pratica: la corrida è tecnicamente tornata legale, ma nessuno la organizza più. L’ultima volta che il cancello principale della Monumental fu aperto per una corrida fu nel 2011, e da allora è rimasto chiuso. C’è anche una lettura politica. L’abolizione fu sempre sostenuta dai partiti nazionalisti e indipendentisti catalani per sottolineare la distanza culturale dalla Spagna — tanto che, mentre il parlamento catalano proibiva le corride, proteggeva i correbous, una festa popolare catalana che coinvolge anch’essa i tori. La corrida, insomma, era una battaglia identitaria oltre che animalista.

Sono salita sulla terrazza panoramica. Da lassù si vede tutta Barcellona: il palazzo reale, il Montjuïc alle spalle. Il vento soffiava forte. Turisti in giacca a vento facevano foto, qualcuno beveva caffè al bar sulla terrazza.

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Ho pensato a quante trasformazioni può sopportare un luogo prima di perdere la sua anima. A quante volte l’abbiamo fatto, noi umani: prendere spazi che avevano un significato – fosse pure discutibile, controverso – e trasformarli in non-luoghi, in spazi di consumo identici l’uno all’altro.

Ma forse sono troppo romantica, troppo legata all’idea che il passato possa essere conservato nella sua autenticità. Forse queste famiglie che mangiano, questi ragazzi che ridono, questi vecchi che riposano sulle panchine, forse anche loro stanno creando memoria. Forse tra cinquant’anni qualcuno salirà qui e dirà: “Ricordo quando venivo con mia nonna a comprare le scarpe, nell’Arena.”

C’è una libreria al piano inferiore. Mi sono fermata, ho sfogliato qualche libro in catalano, lingua che mi affascina molto e che vorrei imparare. Una bambina sceglieva un fumetto con sua madre. Rideva. E in quel momento ho pensato: forse non è così male. Forse è meglio che un luogo di morte diventi un luogo di vita quotidiana, anche se banale, anche se commerciale.

Uscendo, ho guardato di nuovo la facciata. Il sole del pomeriggio, dopo tanti giorni di pioggia, la illuminava di rosa e oro. Bella, innegabilmente bella. Un ibrido, certo. Né carne né pesce, come si dice. Ma in fondo Barcellona è sempre stata così: una città che prende il vecchio e lo piega al nuovo, che non butta via ma trasforma, che non dimentica ma reinterpreta.

Il signore del secondo piano aveva ragione: non è più vera, nel senso che intendeva lui. Ma forse ha una sua nuova verità, più sottile, più ambigua. La verità di una città che cresce, cambia, si contraddice, e continua comunque a vivere.

Testo di Anna Maria De Luca|Riproduzione riservata © www.classtravel.it

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