Stella Scabelli ricostruisce per Meltemi le traiettorie di un mestiere quasi invisibile che ha contribuito a costruire l’immaginario visivo del cinema italiano classico. Dal 27 febbraio 2026.

La copertina del libro in uscita per Meltemi
La fotografa di scena in Italia è uno di quei libri che aprono una finestra su un mondo che esiste da sempre ma che non si era mai visto davvero. È un saggio per chi ama il cinema italiano classico e vuole conoscerlo più a fondo, per chi si interessa di storia della fotografia e dei media, per chi studia il lavoro femminile nell’industria culturale, per chi più semplicemente è curioso di capire come si costruisce l’immaginario visivo di un’epoca. In un momento in cui la storia del cinema italiano viene riscoperta e rivalutata con crescente interesse anche a livello internazionale, questo libro offre una prospettiva nuova e indispensabile: quella di chi, sul set, aveva il compito di fermare il tempo in un’immagine — e lo faceva, spesso, meglio di chiunque altro.
Un’immagine sospesa tra due mondi
C’è un tipo di fotografia che non esiste per se stessa ma nasce al servizio di qualcos’altro, eppure finisce per avere una vita propria, autonoma e spesso più duratura di ciò che avrebbe dovuto semplicemente documentare. È la fotografia di scena: quegli scatti realizzati sul set cinematografico durante le riprese o nelle pause tra una ciak e l’altra, destinati originariamente alla promozione del film, alla stampa, ai rotocalchi, alla pubblicità. Immagini che stanno a metà strada tra il cinema e la fotografia, tra il fotoreportage e la comunicazione commerciale, tra lo schermo e la pagina stampata. È in questo territorio ibrido e affascinante che si muove La fotografa di scena in Italia di Stella Scabelli, pubblicato da Meltemi il 27 febbraio 2026, un saggio che per la prima volta ricostruisce con metodo e profondità le traiettorie di questa pratica nel cinema italiano tra gli anni Trenta e Sessanta del Novecento.
Un mestiere nell’ombra
La fotografa di scena — e il titolo del saggio sceglie consapevolmente il femminile, come vedremo — è una figura professionale che ha lavorato nell’ombra per decenni, spesso senza crediti, senza riconoscimenti, senza che il suo nome comparisse nei manifesti o nelle locandine dei film a cui aveva contribuito. Eppure il suo lavoro era tutt’altro che marginale: erano le sue immagini a costruire l’immaginario pubblico di un film prima ancora che il film uscisse nelle sale, a definire il volto di un attore o di un’attrice nell’immaginazione collettiva, a creare quella zona di desiderio e aspettativa che il cinema classico sapeva alimentare con straordinaria efficacia attraverso i rotocalchi e la stampa illustrata.
Scabelli ricostruisce questo lavoro con la precisione di chi ha scavato negli archivi e con la sensibilità di chi capisce che dietro ogni immagine c’è una scelta, uno sguardo, una persona. E quella persona, in molti casi, era una donna — in un’epoca e in un ambiente in cui le donne che lavoravano dietro la macchina fotografica sul set di un film erano una rarità, spesso guardate con diffidenza o curiosità, quasi sempre dimenticate dalla storia ufficiale del cinema italiano. Chi fosse appassionato di storia del cinema italiano e volesse visitare i luoghi che hanno fatto la storia della cinematografia nazionale può trovare spunti tra i viaggi nei set storici e nelle città del cinema italiano proposti da www.Classtravel.it.
Gli anni Trenta e Sessanta, tre decenni di trasformazione
Il periodo scelto da Scabelli per la propria indagine non è casuale. Gli anni tra il 1930 e il 1960 sono i decenni in cui il cinema italiano attraversa le sue trasformazioni più radicali: dal cinema del regime fascista al neorealismo, dalla ricostruzione postbellica al boom economico, da una cinematografia ancora artigianale e pionieristica a una industria complessa e internazionalmente riconosciuta. Sono anche i decenni in cui i rotocalchi italiani — da Oggi a Epoca, da La Settimana Incom Illustrata a Cinema — raggiungono tirature enormi e diventano il principale veicolo di diffusione delle immagini del cinema nel paese, moltiplicando la domanda di fotografie di scena di qualità e creando per la prima volta uno spazio professionale riconoscibile per chi le produceva.
In questo arco di tempo straordinariamente ricco, la fotografia di scena si trasforma insieme al cinema che la ospita: cambia il modo di illuminare, cambia la relazione tra fotografo e attore, cambia il rapporto tra l’immagine fissa e quella in movimento, cambia il pubblico a cui quelle immagini sono destinate. Seguire queste trasformazioni significa seguire la storia del cinema italiano da una prospettiva inedita e preziosa, quella di chi stava sul set ma guardava il set con occhi diversi da quelli del regista o dell’operatore.
Fotografia, cinema e rotocalco
Uno degli aspetti più originali del saggio di Scabelli è l’attenzione al sistema mediale in cui la fotografia di scena si inserisce. Non si tratta di immagini isolate ma di un flusso di contenuti visivi che circolava tra il set cinematografico, le redazioni dei rotocalchi, le agenzie fotografiche, le sale stampa delle case di produzione e infine le edicole di tutta Italia. Comprendere la fotografia di scena significa comprendere questo sistema nella sua interezza: chi decideva quali immagini pubblicare e perché, come venivano selezionate e ritagliate, quale rapporto esisteva tra la fotografa sul set e il caporedattore del rotocalco, in che modo le esigenze promozionali della casa di produzione influenzavano lo stile e il contenuto degli scatti.
È un’analisi che tocca la storia dei media, la storia della comunicazione visiva e la storia del lavoro femminile nell’industria culturale italiana, intrecciando fili che raramente vengono messi in relazione. Il risultato è un quadro molto più ricco e complesso di quanto il titolo apparentemente specialistico potrebbe suggerire: La fotografa di scena in Italia è un libro che parla di cinema ma anche di giornalismo, di fotografia ma anche di genere, di storia del costume ma anche di economia culturale.
Il femminile nel titolo, una scelta politica e storiografica
Vale la pena soffermarsi sulla scelta del femminile nel titolo del saggio. Scabelli non scrive della figura del fotografo di scena in senso generico, ma sceglie esplicitamente di mettere al centro le donne che hanno praticato questa professione, restituendo loro un nome e una storia in un contesto storiografico che le ha sistematicamente ignorate. È una scelta insieme politica e scientifica: politica perché riconosce che la cancellazione delle donne dalla storia del cinema non è un caso ma il risultato di strutture di potere precise; scientifica perché quella cancellazione ha prodotto una storia incompleta e parziale che il saggio intende correggere con gli strumenti della ricerca archivistica e della critica storica.
In questo senso il libro di Scabelli si inserisce in un filone importante della storiografia cinematografica internazionale, quello che negli ultimi decenni ha lavorato a recuperare il contributo delle donne al cinema — come registe, sceneggiatrici, montatrici, costumiste — restituendo complessità a una storia che era stata raccontata quasi esclusivamente al maschile. Chi volesse approfondire il tema del lavoro femminile nella cultura e nell’arte e cercasse esperienze di viaggio capaci di alimentare questa curiosità può trovare ispirazione tra gli itinerari culturali dedicati all’arte e alla storia delle donne in Italia e in Europa di www.Classtravel.it.
Stella Scabelli, una ricerca negli archivi
Stella Scabelli costruisce il proprio saggio su una ricerca archivistica paziente e rigorosa, che ha portato alla luce materiali rari e spesso inediti: fotografie di scena conservate negli archivi delle case di produzione, corrispondenze tra fotografe e redazioni, contratti di lavoro, interviste dimenticate. È questo lavoro di scavo che rende il libro prezioso non solo come saggio critico ma come fonte storica, capace di offrire documentazione originale su un aspetto del cinema italiano classico che non era mai stato indagato con questa profondità. Il risultato è un testo che sa essere rigoroso senza essere arid, denso di informazioni senza perdere la capacità di raccontare, attento ai dettagli tecnici senza dimenticare le storie umane che quei dettagli contengono.









