Domènech i Montaner era catalano e laico, figlio del positivismo scientifico di fine Ottocento, eppure in lui — come in tutta la stagione del Modernisme — sopravviveva qualcosa di medievale e quasi mistico: la convinzione che il bello fosse sacro, che costruire con cura fosse un modo di onorare l’umanità. Per il 625esimo anniversario dell’apertura, il 15 marzo ingresso gratuito.

All’inizio del secolo l’unico ospedale che esisteva a Barcellona era a Raval, l’ospedale di Santa Cruz, che però aveva all’epoca già 500 anni. Era chiaro che serviva un ospedale più grande, più moderno e più tecnologico però non si sapeva come farlo. La soluzione arrivò da sola e da Parigi.
Nel 1896 morì Pau Gil i Serra, un ricco banchiere catalano residente a Parigi. Nel suo testamento dispose che la sua eredità dovesse servire per la costruzione di un nuovo ospedale a Barcellona intitolato al suo santo — Pau in catalano, Paolo in italiano. A quel punto non c’era più il problema economico, non si poteva più tergiversare. Barcellona doveva quindi scegliere un architetto per ideare e costruire l’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau. Chi chiamare?
Il migliore dell’epoca, Lluís Domènech i Montaner: era senza dubbio l’architetto che aveva vinto più premi (ogni anno Barcellona faceva un concorso per l’edificio più bello realizzato l’anno precedente). Ed ha lasciato a Barcellona più opere di quante ne abbia lasciate Gaudì. E cosi, Domènech i Montaner costruì l’ospedale tra il 1902 e il 1930 (Per l’arte catalana raccolta in un unico luogo, vale anche una visita al MNAC).

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Perché fu scelto Domènech i Montaner e non Gaudì?
Domènech i Montaner e Gaudí erano i due giganti del Modernisme catalano ma appartenevano a mondi diversi. Erano rivali, non colleghi. Domènech era un uomo di istituzioni: professore universitario, direttore della Scuola di Architettura di Barcellona, politico catalanista. Gaudí era un solitario, profondamente mistico, difficile da gestire, legato quasi esclusivamente al suo mecenate privato Eusebi Güell.
Gaudí aveva già il suo grande cantiere. Dal 1883 era impegnato nella Sagrada Família — un progetto che avrebbe assorbito la sua vita intera. Era impensabile affidargli simultaneamente un’opera di tale scala. Il committente era istituzionale, non privato: la costruzione di Sant Pau nasceva da un accordo tra gli esecutori testamentari di Pau Gil e l’Ospedale de la Santa Creu — istituzioni pubbliche e laiche. Gaudí in quel periodo stava diventando sempre più religioso e asociale, poco adatto a lavorare con comitati e burocrazie. Domènech invece era un interlocutore istituzionale naturale.
C’era anche una rivalità personale dichiarata. I due si rispettavano come artisti ma non si amavano. Esiste un episodio famoso: durante l’inaugurazione dell’Hotel Casa Fonda España — progettato da Domènech — Gaudí passò davanti all’edificio e disse ai suoi accompagnatori, indicandolo, “ecco cosa succede quando si confonde l’architettura con la decorazione”. Domènech, dal canto suo, non era tenero nei confronti dell’esuberanza gauchesca del collega. In sostanza: Gaudí era un genio impossibile da imbrigliare in un progetto collettivo, istituzionale e di lunghissimo respiro. Domènech era un genio che sapeva anche fare il direttore dei lavori.



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Entriamo ora nel Sao Pau
Quando si varca il cancello d’ingresso e ci si trova davanti ai padiglioni in mattoni rossi ornati di ceramiche multicolori, di sculture floreali, di cupole azzurre che riflettono il cielo, la prima reazione non è di ammirazione estetica. È qualcosa di più antico: una sorta di turbamento.
Essendo impossibile fotografarlo in toto, questo è il modellino che si trova al piano terra.


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Ogni edificio ha tre caratteristiche che secondo l’architetto erano fondamentali per i malati: l’illuminazione naturale quindi accesso alle finestre, aria fresca e naturale, e la decorazione per realizzare “il bello che cura”, perché Domènech i Montaner volle la bellezza per far sentire meglio i malati. Quanto è brutto stare male ed essere costretti a stare in un ospedale brutto? Era proprio quello che l’architetto non voleva.

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Ho viaggiato abbastanza per sapere che l’architettura può essere propaganda, può essere vanità, può essere puro calcolo economico. Ma ogni tanto — raramente, preziosamente — l’architettura è un atto d’amore. E Domènech i Montaner amava i suoi malati. La filosofia che guidò il progetto era radicale per l’epoca: la bellezza come terapia. I padiglioni furono costruiti immersi nel verde, separati gli uni dagli altri per evitare i contagi, collegati da gallerie sotterranee che correvano invisibili sotto i giardini. Ogni edificio riceveva luce da tutti i lati. C’erano fontane, alberi, spazi aperti dove i degenti potessero sedere al sole. C’era qualcosa di buddista in quell’idea: che la guarigione non fosse solo del corpo, ma dell’occhio, dell’anima, del senso che l’uomo dà alla propria sofferenza.
Sao Pau è un luogo che non si può non visitare a Barcellona ed infatti l’ente del turismo di Barcellona lo consiglia sempre. E’ una banalità visitare solo le opere di Gaudì. Per quanto meno famoso, Domènech i Montaner va assolutamente scoperto: non era solo un architetto, era un intellettuale a tutto tondo, e questo lo distingueva dalla maggior parte dei suoi contemporanei.
Come architetto fu il teorico e il caposcuola del Modernisme catalano. Già nel 1878, a soli 28 anni, pubblicò un saggio intitolato En busca de una arquitectura nacional dove sosteneva che la Catalogna dovesse sviluppare un proprio stile architettonico radicato nella tradizione medievale locale, usando i materiali del territorio — il mattone rosso, la ceramica, il ferro battuto. Era un manifesto culturale prima ancora che estetico, e arrivò prima di Gaudí e prima di qualsiasi altra voce del movimento. Le sue opere principali sono tre, tutte a Barcellona e tutte patrimonio UNESCO: Il Palau de la Música Catalana (1908) è probabilmente il suo capolavoro assoluto — una sala da concerto interamente rivestita di vetrate, mosaici e sculture dove la luce entra da ogni lato e si trasforma in musica visiva. È considerato uno degli interni più belli d’Europa. Il Recinte Modernista de Sant Pau (1902–1930), il Gran Hotel a Cuba e numerosi edifici residenziali nell’Eixample di Barcellona.
Come uomo di cultura fu direttore della Scuola di Architettura di Barcellona per vent’anni, formando un’intera generazione. Fu anche politico — deputato repubblicano e catalanista — botanico appassionato, storico dell’arte medievale catalana, editore. Compilò uno dei primi cataloghi sistematici del romanico catalano, salvando dall’oblio centinaia di chiese e monasteri. La differenza con Gaudí è illuminante. Gaudí era un genio solitario e mistico, impossibile da replicare e da insegnare. Domènech era un genio che sapeva anche costruire una scuola di pensiero, scrivere teoria, formare allievi, dialogare con le istituzioni. Gaudí lasciò opere uniche e inimitabili. Domènech lasciò opere straordinarie e una tradizione. Per questo era considerato il maestro.
Se ti interessa l’arte catalana: https://www.classtravel.it/2026/02/04/mnac/

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Il Padiglione dell’Amministrazione — il grande edificio che chiude la prospettiva del viale d’ingresso, con le sue due torri ottagonali e la cupola rivestita di ceramiche verde e blu — non si lascia vedere subito. Bisogna salire alcuni gradini, attraversare un portale dove i fregi in pietra si moltiplicano come in una foresta pietrificata: foglie d’acanto, mascheroni, ghirlande, angeli con volti stanchi. La facciata è già un testo che si potrebbe leggere per ore. Ma è dentro che tutto cambia.

La sala centrale del padiglione è alta, ampia, con volte a crociera sostenute da colonne sottili rivestite di ceramiche policrome — rosse, bianche, dorate — e soffitti che si aprono in lunette istoriate. La luce scende dalle vetrate come qualcosa di evidentemente intenzionale, è chiaro come l’architetto abbia studiato ogni angolo per decidere dove il sole potesse fare del bene ai malati. Non la luce uniforme e cieca dei neon ospedalieri, ma quella irregolare, viva, che si muove nel corso della giornata e con essa cambia l’umore. Quasi come i benedettini medievali, che costruivano i chiostri orientati in modo che la luce del mattino cadesse sul refettorio — perché mangiare in quella luce era diverso che mangiare nell’ombra. Erano architetti dell’anima, i benedettini. Lo era anche Domènech i Montaner.











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Fino a maggio Sant Pau ospita il Festival LIFE Victoria 25-26 organizzato dalla Fondazione Victoria de los Ángeles per il centenario della nascita di Victoria de los Ángeles (1923-2005), artista universale, donna pioniera e punto di riferimento culturale del Paese. Questa nuova edizione propone un viaggio sonoro attraverso le molteplici sfaccettature del soprano, con recital che dialogano con la sua eredità e con ciò che, pur non essendosi esibito, fa parte della sua essenza artistica.
Si scende poi nei corridoi sotterranei: le gallerie che collegano i padiglioni, costruite sotto i giardini per permettere il trasporto dei malati lontano dagli agenti atmosferici, lontano dallo sguardo degli altri degenti. Sono tunnel bassi, voltati, con le pareti rivestite di maioliche bianche e azzurre che riflettono la luce fioca delle lampade. Sono funzionali, razionali, eppure anche lì, anche in quei passaggi che nessun visitatore avrebbe dovuto vedere (ci si passava su una barella, non in visita) l’architetto ha posto la propria massima cura. Le volte sono arrotondate. Le maioliche hanno un motivo floreale che si ripete ogni tre metri. Come se Domènech i Montaner non riuscisse a smettere di pensare che anche un malato su una barella meritasse qualcosa da guardare.
E pensare che quando Gaudì fu investito dal tram lo portarono non qui nel nuovo ospedale ma in quello vecchio di Raval.
Perché Gaudi non fu portato nell’ospedale di Domènech i Montaner
Quando Gaudí fu investito dal tram il 7 giugno 1926 in Carrer de les Corts Catalanes, era un vecchio di 73 anni vestito in modo così misero e trasandato — barba lunga, abiti consumati, tasche vuote — che i passanti lo scambiarono per un mendicante. Nessun documento, nessun denaro addosso. I primi tassisti che si fermarono rifiutarono di caricarlo, temendo di non essere pagati. Fu infine trasportato su un calesse.
L’incidente avvenne nel quartiere dell’Eixample, ma la destinazione più immediata fu l’ospedale della Santa Creu nel Raval — il vecchio ospedale medievale della città, quello che Sant Pau avrebbe dovuto modernamente sostituire. Era il pronto soccorso più accessibile della zona. Sant Pau in quel momento non era ancora pienamente operativo. I lavori del recinto erano ancora in corso — il figlio di Domènech, Pere Domènech i Roura, li stava completando. La struttura non era attrezzata per ricevere emergenze dall’esterno come un pronto soccorso cittadino.
Solo quando Gaudí giaceva già nel letto del vecchio ospedale medievale, qualcuno lo riconobbe. Arrivarono le autorità, i colleghi, persino il vescovo. Gli fu offerto di trasferirlo in una clinica privata più dignitosa. Rifiutò. Disse — e questa frase è autentica — “il mio posto è qui, con i poveri”. Morì tre giorni dopo, il 10 giugno 1926, in quel vecchio ospedale del Raval. Essere portato nell’ospedale del suo rivale, costruito mentre lui lavorava alla Sagrada Família, sarebbe stato quasi troppo simbolico. La storia preferì una fine più austera.
Risaliamo ed entriamo in uno dei padiglioni laterali — quello che ospitava, all’epoca, le sale di degenza femminili. Ora è vuoto, restaurato, aperto al pubblico come spazio espositivo. Ma la struttura parla ancora. Le sale sono ampie, con soffitti alti e finestre ad arco su entrambi i lati lunghi: ogni letto aveva la sua finestra, la sua porzione di cielo catalano. Sotto ogni finestra, una fascia di mosaico con un motivo diverso — fiori di campo, viticci, uccelli stilizzati. Non due uguali: Domènech i Montaner ha voluto che ogni paziente, guardando il muro accanto al proprio letto, possa vedere qualcosa di suo. I pavimenti sono in maiolica idraulica — le tipiche mattonelle catalane in motivi geometrici bianchi e blu — levigati da anni di passi, di carrozzine, di secchi d’acqua, di vite che ci erano scivolate sopra. Camminare su quei pavimenti è come camminare su una memoria.
Nelle absidi semicircolari alle estremità delle sale ci sono le cappelle — piccole, intime, con vetrate istoriate che proiettano sul pavimento macchie di luce colorata. Quante persone avranno pregato in quel mezzo cerchio di luce colorata? Quante avranno chiesto, con quella silenziosa disperazione che non trova parole, di tornare a casa? Quante non saranno tornate?
Ciò che mi colpisce più di tutto, infine, non sono le grandi cupole né i padiglioni maestosi, ma i dettagli minimi: i pomoli delle porte in ottone cesellato a forma di fiore; le grate delle finestre in ferro battuto che riproducono ramoscelli d’ulivo; i corrimano delle scale avvolti in spirali di vite; i capitelli delle colonne dove ogni foglia è diversa dall’altra — come in natura, dove non esistono due foglie identiche. In natura e nei sogni di un architetto che credeva, con la serietà dei mistici, che anche una colonna in un corridoio d’ospedale potesse essere un atto d’amore verso chi ci passava accanto. Nei dettagli si nasconde sempre il carattere vero di un’opera — e di un uomo. Domènech i Montaner era un uomo che non si stancava mai di curare i dettagli.
Il Recinte Modernista de Sant Pau oggi è un museo. O meglio: lo è diventato, ma suo malgrado. Fu come ospedale — un ospedale vero, con migliaia di malati che vi vissero e morirono — e porta ancora quella destinazione impressa nella pietra come un tatuaggio spirituale.






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Ho camminato a lungo nel recinto, una mattinata intera, tra gli alberi di arance sotto il sole già primaverile di febbraio. I mosaici che rivestono i frontoni narrano storie: santi catalani, allegorie della medicina, figure femminili con corone di fiori che sembrano uscite da un sogno di Klimt e da un incubo di Goya insieme. Il modernismo catalano — il Modernisme, come lo chiamano qui — non ha mai avuto paura dell’eccesso. Dove il razionalismo nordico tace, la Catalogna parla, canta, grida quasi. La pietra diventa pizzo, il ferro battuto diventa vite che rampicano, i mattoni si curvano come se la gravità fosse solo un suggerimento.
Nel 2009 il recinto chiuse come ospedale attivo — troppo vecchio per le normative moderne, troppo costoso da adeguare: i malati hanno bisogno di risonanze magnetiche, non di cupole. Eppure mi chiedo — ed è una domanda che non ha risposta, solo peso — quanti di quei pazienti che vissero e morirono qui abbiano portato con sé, nell’ultima cosa che videro, un frammento di azzurro ceramico contro il cielo. Quanto quella bellezza abbia alleviato, non dico guarito, solo alleviato.

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L’attuale ospedale di Sao Pau è a poca distanza da qui, funzionale ma freddo nei suoi cubi moderni. Gli ospedali oggi sembrano aeroporti, i reparti sembrano capannoni per pazienti che sembrano pratiche. Stare qui a Sant Pau significa stare in un altro tempo, in un’altra visione. Un ospedale che non ti schiacci con la propria istituzionalità, che non ti dica: sei malato, sei debole, sei un numero. Ma che ti sussurri: sei ancora vivo. Guarda questo mosaico. Guarda come il sole entra da quella finestra. Guarda il gatto sul muretto.
Il 15 marzo entrata gratuita per i 625 anni
Domenica 15 marzo, per i 625 anni dalla fondazione dell’Ospedale della Santa Croce, è stata programmata una giornata commemorativa a ingresso gratuito con una serie di attività per celebrare questa ricorrenza con i residenti e i cittadini.
Attività in programma:
- 10:00, 12:00 e 17:00 / Racconti dedicati all’infermiera Adela Simón
- 11:00 e 11:45 / Esibizione del Coro Vivaldi
- 12:00 e 17:30 / Esibizione dell’Ara Martí Quartet
- 12:30 – 14:00 / Jam di lied con la Fondazione Victoria de los Ángeles
- 13:00 / Musica e ballo con l’Associazione BCN Swing
Se visiti Sao Pau fermati poi a bere un vermut tanto tipico di Barcellona. Per completare la giornata, scopri anche cosa mangiare a Barcellona nei dintorni e altro ancora nel nostro Speciale Barcellona.
Testo e foto di Anna Maria De Luca | Riproduzione riservata ©www.ClassTravel.it








