Strade larghe, isolati ottagonali, cortili nascosti e la più alta concentrazione di modernismo al mondo. L’Eixample non è solo un quartiere: è un manifesto. E camminarlo è capire Barcellona dall’interno


Ci sono città che si visitano e città che si abitano. Barcellona è strana, in questo: riesce a fare entrambe le cose nello stesso pomeriggio. E nessun luogo lo dimostra meglio dell’Eixample — quel grande reticolo di strade che si apre a nord di Plaça de Catalunya come un respiro profondo, come se la città avesse improvvisamente smesso di trattenersi.

Eixample in catalano significa semplicemente “ampliamento, espansione”. Il nome è onesto, quasi didascalico. Ma dentro quella parola c’è una delle storie urbane più straordinarie d’Europa.

L’uomo che voleva una città giusta

Siamo a metà Ottocento. Negli anni ’50 dell’Ottocento Barcellona poté espandersi sia fisicamente, con la tanto attesa demolizione delle mura, sia psicologicamente, con l’espansione economica e il risveglio culturale della Renaixença catalana. La città cresceva, l’industria chiamava lavoratori da tutta la Spagna, le strade medievali soffocavano. L’epidemia di colera del 1854, che causò 6.000 vittime, era stata dovuta alla condizione di sovraffollamento e alle scarse condizioni igieniche della zona.

Serviva un piano. E l’ingegnere Ildefons Cerdà ne aveva uno — radicale, visionario, e così egualitario da scandalizzare l’élite cittadina. La critica principale che gli si rivolgeva era che si trattava di un piano “troppo egualitario” in cui i cittadini condividevano lo stesso spazio senza concessioni di classe. I critici erano indignati per il fatto che il concorso l’avesse vinto un socialista, seguace delle idee utopistiche di Saint-Simon e Cabet.

Il Comune aveva indetto un concorso, e lo aveva vinto un altro — Antoni Rovira i Trias, con un progetto a raggiera più tradizionale. Ma il governo centrale impose Cerdà per decreto. La città protestò. E poi, lentamente, capitolò davanti all’evidenza: nonostante la popolazione di Barcellona si sia opposta al progetto, oggi nessuno più mette in dubbio che il progetto imposto per decreto fosse migliore di quello approvato o di qualsiasi altro presentato al concorso.

La geometria della gentilezza

Il genio del Piano Cerdà non sta solo nell’estetica — quella griglia perfetta che dall’alto sembra un circuito stampato, interrotta dai due grandi viali diagonali. Sta nell’intenzione. Cerdà volle creare un posto ampio, luminoso, accogliente ma soprattutto egualitario, dove ognuno potesse avere a disposizione gli stessi spazi e gli stessi servizi.

Gli isolati ottagonali — con gli angoli tagliati a 45° — non sono un capriccio estetico: Cerdà definì una larghezza di strada assolutamente insolita, tra i 20 e i 60 metri, in parte per fuggire dalla densità disumana che viveva la città, ma anche pensando a un futuro motorizzato, per il quale progettò incroci con la parete d’angolo. Stava immaginando le automobili prima che esistessero. E ogni isolato avrebbe dovuto avere al centro un giardino, per garantire alle case la massima quantità di sole, luce e ventilazione.

La speculazione edilizia, ovviamente, stravolse gran parte di quella visione. I giardini interni divennero cortili, poi magazzini, poi parcheggi. Ma dal 1987 il Comune di Barcellona realizzò un progetto per il recupero ad uso pubblico delle zone interne degli isolati, al fine di fornire ai cittadini aree verdi e ricreative. Oggi, se sai dove guardare, puoi scivolare dentro quegli spazi nascosti e trovare pace nel mezzo del caos — bambini che giocano, anziani sulle panchine, gatti sui gradini. La città che Cerdà aveva immaginato, recuperata un cortile alla volta.

Il Quadrat d’Or: dove il modernismo abita ancora

Casa Batlló, photocredit Anna Maria De Luca

L’Eixample è la culla dell’architettura modernista e racchiude alcuni dei migliori esempi di questo stile. La zona privilegiata è definita come Quadrat d’Or, un museo a cielo aperto con oltre 150 edifici storici modernisti. Cammini lungo il Passeig de Gràcia — il grande viale del lusso, dello shopping, della belle époque catalana — e alzi gli occhi: ogni palazzo racconta qualcosa. Casa Batlló con la sua pelle di drago. La Pedrera con i suoi guerrieri sul tetto. E poi Domènech i Montaner, Puig i Cadafalch, e decine di altri architetti che in questo quartiere costruirono il loro sogno di una Catalogna moderna e orgogliosa.

La costruzione dell’Eixample vide lo sviluppo di una specifica tipologia di edificio: il condominio di qualità, con ampi appartamenti al piano nobile, spesso con gallerie in vetro in corrispondenza del salotto. I piani superiori contenevano appartamenti con terrazzi, se non addirittura giardini pensili. Passeggiare lentamente, senza fretta, con gli occhi che si spostano dai marciapiedi alle cornici, dai ferri battuti ai mosaici — questo è il modo giusto di visitare l’Eixample. Non è una lista di monumenti: è una pratica dello sguardo.

Come viverlo, non solo visitarlo

L’Eixample si divide in due grandi anime: la Dreta (destra) e l’Esquerra (sinistra) del Passeig de Gràcia. La Dreta è quella dei grandi nomi — Gaudí, i ristoranti stellati, i negozi di lusso. L’Esquerra ha un carattere più vissuto, più barcellonese nel senso quotidiano del termine: una vivace vita notturna e una fiorente cultura dei caffè. È anche il cuore del Gayxample, il quartiere LGBTQ+ della città, con una vita di strada allegra e inclusiva che vale la pena esplorare.

Il consiglio migliore per chiunque voglia capire davvero l’Eixample è semplice: salire su una delle terrazze dei numerosi hotel della zona. Solo dall’alto si può vedere quanto sia perfetto il disegno. Poi scendere, scegliere una direzione a caso e camminare. Perdersi, nell’Eixample, è quasi impossibile — ma scoprire qualcosa di inaspettato è praticamente garantito.

Testo e foto di Redazione | Riproduzione riservata ©www.ClassTravel.it

COMMENTA