Dal momento in cui il traghetto dalla Valletta attracca al molo e si imbocca Tower Road, la realtà si impone senza mezzi termini: Sliema è un cantiere a cielo aperto. Non uno, non dieci — decine di cantieri, sovrapposti, annidati in ogni isolato, spuntati perfino dove fino a ieri c’era ancora un palazzo liberty con i suoi balconi in ferro battuto.

Photo credit Anna Maria De Luca

Più di 40 cantieri attivi stimati nel solo centro, 15 m l’altezza media dei nuovi edifici residenziali, triplicati i prezzi degli immobili nell’ultimo decennio.

Malta è entrata nell’Unione Europea nel 2004 e da allora ha vissuto una trasformazione economica accelerata. Ma è stato il boom immobiliare degli anni Dieci a cambiare il volto di Sliema in modo irreversibile. I capitali stranieri — russi, britannici, mediorientali, cinesi — hanno trovato nell’isola una fiscalità favorevole e una legislazione edilizia storicamente permissiva. Il risultato è visibile in ogni angolo: dove c’era una villetta liberty degli anni Trenta, sorge adesso un condominio di lusso in vetro e acciaio, spesso vuoto, spesso sfitto, spesso solo un investimento su carta.

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Camminare lungo lo Strand, il viale che costeggia il mare, significa zigzagare tra recinzioni metalliche, impalcature che oscurano la vista sul porto e pannelli pubblicitari di nuovi “prestige apartments”. Il suono del trapano è la colonna sonora costante, dal lunedì al sabato, dalle sette del mattino alle cinque del pomeriggio. I turisti con le cuffie nelle orecchie camminano guardando lo schermo del telefono, inconsapevoli — o forse consapevolissimi e rassegnati — di trovarsi in mezzo a un’eterna inaugurazione mai conclusa.

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La cosa che più colpisce, girando a piedi per i quartieri residenziali che si estendono verso l’interno, è la sparizione silenziosa di un’intera architettura. Le case maltesi tradizionali — con i caratteristici balconi chiusi in legno verniciato, detti gallarija, i cortili interni ombrosi, le facciate in pietra calcarea color miele — vengono abbattute senza troppi rimpianti.

Non esiste ancora una normativa di tutela sistematica paragonabile a quella italiana o francese. La Heritage Malta e alcune associazioni locali combattono battaglie di retroguardia, riuscendo talvolta a salvare una facciata, un portale, un cornicione. Ma il rapporto di forze è impari: contro i fondi di sviluppo immobiliare, la burocrazia della tutela sembra muoversi in slow motion.

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Eppure Sliema continua ad attrarre visitatori. Il lungomare è percorribile per chilometri, le piscine di mare ricavate negli scogli sono magnifiche all’alba, i ristoranti di pesce sul porto di Tigne offrono una cucina che mescola radici mediterranee con influenze britanniche in modi spesso sorprendenti. La vita c’è, ed è vivace.

Il problema è che questa vita scorre tra un cantiere e l’altro come un ruscello tra blocchi di cemento. Il viaggiatore che arriva con l’aspettativa di trovare l’atmosfera di una cittadina balneare levantina degli anni Cinquanta — quella che si respira ancora, per ora, a Marsaxlokk o nei vicoli di Vittoriosa — resterà deluso, o quantomeno disorientato. Sliema è diventata un’altra cosa: una città-investimento, un nodo di un sistema finanziario globale che ha preso la forma di appartamenti con vista mare.

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