Realismo, surreale e spazi bianchi: lo stile inconfondibile di un maestro calabrese celebrato dalla critica internazionale

C’è una fotografia mentale che si forma guardando i quadri di Perrotta: figure nello spazio bianco, colori che bruciano, luci che cadono oblique su volti che sembrano sapere qualcosa che non dicono. È la pittura di chi non ha fretta di spiegarsi — e che per questo, prima o poi, viene capito.

Ci sono artisti che la critica scopre prima della loro stessa città. Mario Perrotta è uno di questi. Artista paolano, è un pittore che ha reso familiare lo stile che reca il suo tratto, fatto di personaggi, colori e spazi bianchi, luci e ombre uniche nel loro genere.

Un’identità visiva riconoscibile — quella cosa rara che distingue un artista da un esecutore — costruita in decenni di lavoro, mostre, premi e riconoscimenti che arrivano da ogni angolo d’Italia e da oltre confine, mentre la sua Paola, in provincia di Cosenza, fatica ancora a tributargli la considerazione che merita.

Ma i maestri, si sa, trovano sempre il loro pubblico altrove prima di essere profeti in patria.

Dove il reale incontra l’impossibile

Noto per il realismo spesso affiancato ad elementi surreali dei suoi lavori, Perrotta riesce ad interpretare la realtà con un’abilità pittorica che lo rende ormai riconoscibile. È questa la sintesi più precisa del suo linguaggio — quella tensione tra il mondo com’è e il mondo come potrebbe essere, tra la figura umana ritratta con fedeltà anatomica e l’atmosfera che la circonda, densa di significati che vanno oltre la rappresentazione.

Gli spazi bianchi sono la sua firma più caratteristica. Non assenze, non mancanze — ma respiri della tela, silenzi che fanno risuonare le figure con maggiore intensità. È un trucco antico, quello di usare il vuoto per amplificare il pieno, ma Perrotta lo declina in modo contemporaneo, personale, immediatamente riconoscibile.

Inserito dal critico Pasquale Di Matteo tra i più rappresentativi artisti contemporanei italiani, è capace di approfondire temi sociali e religiosi incantando sia col pennello che con i suoi presepi artigianali. La doppia capacità — quella di affrontare il grande tema universale e quello del particolare artigianale — dice molto sulla sua formazione e sulla sua visione dell’arte come pratica totale, non specialistica.

Dante, Venezia e la Divina Commedia

Tra i lavori più significativi degli ultimi anni c’è il contributo di Perrotta alle celebrazioni per il 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri. Il critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso ha descritto così la sua opera: ha partecipato a importanti esposizioni, fra le quali “L’Arte ai tempi della biennale di Venezia” a Palazzo Zenobio, sede biennale. L’opera rappresenta Dante e Virgilio nel girone dei Violenti contro se stessi. I peccatori vengono trasformati in piante. Si tratta di un’ottima composizione assolutamente rispondente al dettato dantesco. L’opera è stata inserita nel volume de “La Divina Commedia”.

Un pittore che riesce a stare dentro la tradizione — il testo dantesco con la sua precisione teologica e simbolica — senza esserne schiacciato, portandoci invece la propria visione, il proprio segno riconoscibile. Dante e Virgilio nel girone dei violenti, i peccatori che si trasformano in piante: la metamorfosi ovidiana dentro la cosmologia medievale, tutto restituito con la lucidità figurativa che è il marchio di Perrotta.

I riconoscimenti internazionali

La carriera di Mario Perrotta è costellata di premi e riconoscimenti che documentano una presenza costante nei circuiti dell’arte contemporanea italiana e internazionale.

L’ultima kermesse cui il Maestro Mario Perrotta ha preso parte è stato l’International Prix, Trofeo Leone d’Oro per le arti visive, tenutosi a Venezia, dal quale è giunto l’ennesimo riconoscimento.

Venezia — la città che è il cuore simbolico dell’arte contemporanea italiana — come palcoscenico di una consacrazione che viene da lontano, da una trentennale attività espositiva che non ha mai smesso di cercare confronto con i livelli più alti.

Ma la lista è lunga. Ad altri riconoscimenti si aggiungono il conferimento, a Comiso in Sicilia, del “Grand Prix d’Arte”, il Riconoscimento Internazionale quale Patrimonio della Cultura e Arte tributato a Perrotta a Palermo, e l’invito a prendere parte a mostre in estremo oriente, presso il BAAC di Bangkok, in Thailandia. Bangkok. È una parola che dice tutto sulla portata di un artista che viene da una piccola città calabrese e che ha costruito la propria visibilità a colpi di qualità, perseveranza e un linguaggio pittorico immediatamente riconoscibile.

Nella collezione di Vittorio Sgarbi

Tra i riconoscimenti più significativi c’è l’inserimento nella Collezione Sgarbi — il progetto con cui il critico d’arte più controverso e influente d’Italia seleziona artisti contemporanei di cui ritiene meritino di uscire dall’anonimato dei propri studi.

Vittorio Sgarbi ha scritto: «All’artista Mario Perrotta: io più di altri critici in Italia mi sono spinto ad applicare un metodo che in Francia ha una lunga tradizione nei Salons des Refusés, nei quali fu possibile riconoscere, in tempi meno difficili e meno “affollati”, artisti come Manet e Gauguin. Ora ho preso visione di migliaia di proposte. La scelta del suo lavoro per la mia raccolta delle stampe e disegni attesta la valenza del suo operato e il costante impegno artistico”.

La citazione dei Salons des Refusés — quegli spazi nati nell’Ottocento per ospitare gli artisti rifiutati dal Salon ufficiale, e che poi si rivelarono il luogo dove la storia dell’arte vera stava accadendo — non è casuale. Sgarbi ha il gusto della provocazione, ma ha anche il fiuto. E quella frase — che nel firmamento degli artisti contemporanei, affollato e difficile, vale la pena cercare le stelle — suona come una delle sue sintesi più riuscite.

Temi sociali e religiosi, l’arte come responsabilità

Ciò che distingue Perrotta da molti pittori figurativi contemporanei è la sua capacità — e volontà — di usare il pennello per dire qualcosa che va oltre l’estetica. I temi sociali e religiosi che attraversano la sua produzione non sono decorazione né convenzione: sono scelta, posizione, linguaggio.

L’arte religiosa, in particolare, è oggi un terreno in cui pochissimi pittori contemporanei si avventurano con serietà — troppo facile scivolare nel decorativo o nel devozionale. Perrotta ci entra con la consapevolezza di chi conosce la tradizione iconografica e sa come interrogarla con gli strumenti del presente, mescolando il registro del sacro con quello del quotidiano, del surreale con quello del realistico.

I suoi presepi artigianali — quella dimensione parallela alla pittura da cavalletto — sono un’altra testimonianza di questa vocazione alla materialità dell’arte, al fare con le mani qualcosa che non si esaurisce nella superficie piana della tela.

Il paradosso della provincia

Resta l’amarezza per la scarsa considerazione tributata alla sua arte a livello locale. Nonostante i riconoscimenti internazionali, rimane ancora poco valorizzato nella sua città natale — un paradosso che accomuna molti grandi artisti della storia.

È un paradosso antico quanto l’Italia stessa — il paese in cui si nasce è spesso l’ultimo a riconoscere il proprio talento. Perrotta ha ricevuto premi a Venezia, riconoscimenti a Palermo, inviti a Bangkok, l’attenzione di Vittorio Sgarbi. La sua Paola lo guarda ancora con la distanza di chi non è abituato a credere che il genio possa abitare in una casa che si conosce da sempre.

Non è una storia nuova. Lo sanno bene i Manet rifiutati dai Salon, i Van Gogh celebrati postumi, i Ligabue — quel pittore con cui Mario Perrotta condivide non solo l’isolamento geografico ma anche la capacità di trasformare l’emarginazione in visione.

Forse è proprio questo il marchio degli artisti veri: arrivare prima o poi, comunque. Anche se a volte ci vuole più tempo del necessario.

Anna Maria De Luca

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