Perché il calcio è così importante per l’uomo
Federico Casotti, in uscita per Meltemi Editore, Milano 2022 — 182 pp
Chi conosce Federico Casotti lo conosce come voce: telecronista di calcio internazionale per Sportitalia, Eurosport, Sky Sport e DAZN, una carriera costruita sul racconto in diretta. Classe 1978, milanese, laureato sia in Scienze politiche che in Antropologia, è da sempre interessato al racconto dello sport nei suoi aspetti sociali.
Con Non è solo un gioco Casotti mette da parte il microfono e prende la penna per affrontare una domanda che, a ben pensarci, è rimasta a lungo senza una risposta seria: perché il calcio esercita una presa così profonda e universale sull’essere umano?
La risposta che l’autore costruisce non è né sportiva né economica — o meglio, le ingloba entrambe senza ridursi a esse.
Il libro è un’analisi socio-antropologica delle tante sfaccettature che caratterizzano il gioco del calcio e del suo rapporto in continua evoluzione con l’individuo e con le comunità. I concetti base dell’antropologia — i riti di passaggio, il fatto sociale totale, la corporeità, il social drama, la communitas, il capitale sociale — vengono spiegati attraverso il calcio in maniera rigorosa ma con un approccio accessibile a tutti.
Questo equilibrio tra rigore accademico e linguaggio divulgativo è la scommessa più rischiosa del volume, e Casotti la vince quasi sempre.
Ascolta la nostra rubrica libri su Radio Libertà, ecco la puntata in cui abbiamo parlato di “Non è solo un gioco”:
La storia del calcio apre il libro, ma non come esercizio di erudizione: l’autore ricostruisce radici più antiche di quanto si immagini, dagli addestramenti per i soldati greci e romani, alle pratiche para-religiose, al gioco informale nato per sopperire all’impossibilità di incanalare le tensioni che si generavano all’interno e tra le comunità.
La ritualità, in questo quadro, non è un residuo del passato: dai riti tanzaniani per propiziarsi la vittoria alla semplice consegna della maglia, tutto è assai attuale. Il capitolo sulla communitas — il senso di appartenenza condiviso che si forma attorno a una squadra — è forse il più riuscito: una communitas legata a una squadra di calcio può diventare una “stampella identitaria” con cui affermare i propri valori anche in un contesto in cui la madrepatria è lontana.
Particolarmente efficace è l’analisi del calcio come social drama, ovvero come palcoscenico su cui si proiettano conflitti politici e tensioni collettive che altrimenti faticherebbero a trovare espressione. L’esempio della “guerra del calcio” tra Salvador e Honduras nel 1969 — dove le partite di qualificazione ai Mondiali del Messico divennero la miccia di un conflitto che si preparava da tempo — mostra come, senza quel confronto esasperato ma ristretto all’ambito sportivo, le popolazioni dei rispettivi Paesi avrebbero accettato molto più difficilmente l’idea di un conflitto armato. Un meccanismo che Casotti proietta su scenari più recenti, da USA-Iran al Qatar 2022 fino alle partite in cui la storia pesa quanto il risultato.
Il libro dedica poi un capitolo al fenomeno migratorio intrecciato al calcio, sia nel Novecento che ai giorni nostri. Gli studi e i numeri vengono corredati da aneddoti e storie di squadre in Europa e nel mondo, dal Palestra Italia nel Brasile dell’inizio del Novecento alla Svezia o all’Australia odierne. L’esempio finale riguarda Milano, con una squadra composta da richiedenti asilo, dove il pallone diventa strumento di integrazione non dall’alto verso il basso ma da persona a persona.
Casotti alterna aneddoti e studi, mantenendo sempre puntata la prospettiva che più gli sta a cuore: quella antropologica e sociologica. La sua doppia identità — l’accademico e il telecronista — produce uno stile ibrido che funziona: la narrazione scorre, ma non perde mai di vista il concetto che vuole illustrare. Ci sono passaggi in cui la densità teorica potrebbe rallentare il lettore meno avvezzo ai linguaggi delle scienze sociali, ma sono eccezioni in un impianto complessivamente fluido.
Non è solo un gioco è, in definitiva, un libro che rispetta la propria ambizione e dimostra, capitolo dopo capitolo, come il calcio sia un fenomeno culturale. È un testo consigliato non solo agli appassionati di pallone, ma a chiunque voglia capire come uno sport possa farsi specchio di una società intera: delle sue identità, delle sue paure, dei suoi riti, delle sue guerre.









