Quando un luogo inizia a respirare di nuovo si sente nell’aria, nel modo in cui la gente ne parla, in una certa luce che torna sui volti quando si nomina un nome che per anni aveva fatto abbassare gli occhi. Il Sarno è uno di quei nomi.

Per decenni è stato additato come un fiume inquinato. Lo si diceva con una specie di vergogna rassegnata, come quando si parla di un parente che ha fatto del male e non si sa più come guardare in faccia. Scorreva tra le province di Salerno, Napoli e Avellino, attraversando una delle terre più fertili e insieme più ferite del Sud Italia, portando con sé non solo acqua ma il peso di uno scempio che aveva radici lunghe — nell’industria, nella negligenza, nell’antico vizio italiano di usare i fiumi come discarica invisibile. Eppure i fiumi, come le persone, a volte trovano la forza di rialzarsi.

Il primo maggio — una data che in queste terre ha ancora il sapore antico della festa e della speranza — è stata inaugurata l‘Oasi Naturalistica del Voscone, nel cuore del Parco Idrografico del Fiume Sarno. Centodieci ettari restituiti alla collettività, alla vegetazione, agli uccelli, al silenzio. Centodieci ettari sottratti all’abbandono e — parola che in Italia si usa sempre con una punta di diffidenza, ma qui sembra guadagnata sul campo — alla speranza.

Vincenzo Marrazzo, presidente del Parco, parla con quella pacata determinazione di chi sa che le battaglie più importanti si vincono lentamente, un progetto alla volta. Parla di un Parco Avventura, di attività sportive, di ragazzi che torneranno a conoscere il fiume non come una vergogna da ignorare ma come un luogo vivo, capace di meravigliare. Parla di kayak sulla parte navigabile del Sarno — e c’è qualcosa di quasi poetico nell’idea di scendere in canoa un fiume che per decenni sembrava condannato, costeggiando canneti fitti e vecchie strutture industriali che la natura sta lentamente reclamando.

Parla anche di un Centro Recupero Animali Selvatici, che aprirà entro giugno. E di un Museo dell’Acqua, ancora in progettazione — forse la cosa più necessaria di tutte, in un territorio che ha costruito la propria identità attorno all’acqua e poi ha quasi dimenticato di averlo fatto.

I fiumi non sono soltanto geografie. Sono memorie. Sono specchi. Il Sarno porta con sé i pomodori San Marzano che hanno nutrito il mondo; porta l’acqua che un tempo azionava i mulini e i polverifici borbonici; porta il ricordo di una pianura che era tra le più produttive del Mediterraneo, prima che l’uomo decidesse di trattarla da nemico invece che da alleato.

Ed è proprio il passato borbonico a regalare al progetto una dimensione inaspettata. Il Parco collabora con il Comune di Scafati e con il Parco Archeologico di Pompei al recupero del Real Polverificio Borbonico — un complesso storico che sorge a pochi chilometri dalle rovine che il Vesuvio seppellì sotto la cenere duemila anni fa. Natura, archeologia, storia industriale: un itinerario che nessun tour operator ha ancora inventato, e che forse proprio per questo vale la pena di percorrere.

Ho sempre creduto che i viaggi più importanti non siano quelli verso le mete già consumate dal turismo di massa, ma quelli verso i luoghi che stanno cercando di diventare qualcosa. Bisogna arrivarci prima, quando l’aria è ancora incerta, quando le cose non sono ancora definite, quando si può essere testimoni di una trasformazione invece che semplici consumatori di un prodotto già confezionato.

Il Sarno è così, adesso. Non è ancora una destinazione. È ancora un cantiere — ma un cantiere in cui si lavora con una visione, e questo fa tutta la differenza.

Si può partire da Pompei al mattino, come fanno milioni di persone ogni anno, e poi svoltare verso il fiume nel pomeriggio, lasciare l’autostrada, abbassare i finestrini, sentire l’aria cambiare. Camminare nell’oasi del Voscone tra la vegetazione ripariale, ascoltare il verso di qualche airone, mangiare la sera in una trattoria di Scafati dove il pomodoro sa ancora di terra e di sole.

Non è un viaggio per chi ha fretta. Ma i viaggi fatti in fretta, ho scoperto nel tempo, non lasciano quasi nulla.

Il Sarno scorre ancora. E forse — finalmente — sta tornando a farlo con dignità. Certi riscatti non fanno rumore. Arrivano piano, come la corrente di un fiume che ritrova il proprio letto dopo una lunga stagione di fango. Ma quando arrivano, si riconoscono.

E vale la pena esserci.

Anna Maria De Luca

photo credit di Giuseppe Ragosta
photo credit di Giuseppe Ragosta
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