Sei seduta in un caffè di una città straniera, intorno a te tutto si muove, le voci si intrecciano in una lingua che non è la tua, e tu sei lì, presente e distante allo stesso tempo. Non è tristezza. Non è nostalgia. È qualcosa di più sottile, di più difficile da nominare. I giapponesi quel nome ce l’hanno: sabishisa. Non significa semplicemente “solitudine”. In giapponese classico ha una risonanza più profonda, un senso di quiete malinconica, di vuoto che si espande in silenzio, quasi una forma di ascolto interiore. Il poeta Matsuo Bashō lo usava nei suoi haiku come sinonimo di quiete assoluta. Non un’assenza da temere, ma una presenza da abitare. Ed è proprio questa parola il titolo del romanzo che vogliamo consigliarvi.


Chi era Ethel Mannin

Sabishisa è firmato da Ethel Mannin, scrittrice britannica nata a Londra nel 1900 da una famiglia di origini irlandesi. Fu giornalista, romanziera, viaggiatrice instancabile, e una delle voci più scomode del suo tempo: vicina all’anarchismo pacifista, amica di W. B. Yeats, ammiratrice di Somerset Maugham e Aldous Huxley. Troppo radicale per i benpensanti, troppo individualista per i partiti. Oggi è quasi dimenticata, nonostante abbia pubblicato decine di romanzi e resoconti di viaggio.
Sabishisa uscì nel 1961, quando Mannin aveva sessantuno anni e una visione del mondo solidissima. Era già stata in Giappone, ne conosceva la cultura, e aveva capito che quel paese offriva qualcosa che l’Europa faticava a dare: un modo diverso di stare con se stesse.


Il Giappone come specchio

Il romanzo non è un’avventura. Non ha colpi di scena né una trama adrenalinica. È un’immersione. I personaggi — occidentali e giapponesi — si muovono in uno spazio emotivo più che fisico, misurandosi con l’incapacità di connettersi davvero agli altri, con la difficoltà di essere comprese al di là delle convenzioni, con quella sensazione che non ha lo stesso nome in tutte le lingue.
Mannin usa il Giappone non come sfondo pittoresco ma come specchio: una civiltà che ha codificato la solitudine, che l’ha trasformata in forma artistica — nel teatro Nō, nell’haiku, nel giardino zen — offre alla scrittrice il campo perfetto per esplorare ciò che l’Occidente tende invece a rimuovere o a medicalizzare. La solitudine non come problema da risolvere, ma come condizione da attraversare.


Un libro da portare in viaggio

Chi viaggia con ClassTravel sa che certi momenti, come un tramonto su una baia, una mattina silenziosa in un ryokan giapponese, una passeggiata solitaria tra i templi di Kyoto chiedono qualcosa di più di una guida turistica. Chiedono parole che sappiano stare ferme accanto a quelle sensazioni senza semplificarle. Sabishisa è esattamente quel tipo di libro. Non vi spiegherà il Giappone. Vi aiuterà a sentirlo e, forse, a sentire qualcosa di voi stesse che di solito il rumore quotidiano copre.


Alcatraz, la casa editrice che recupera le voci dimenticate

La nuova edizione italiana è pubblicata da Agenzia Alcatraz, casa editrice indipendente milanese nata nel 2015 con una missione precisa: l’editoria non convenzionale, le voci particolari e dimenticate. Non i grandi nomi del mainstream, ma autori che la storia ha messo da parte ingiustamente e che meritano di essere riletti. Alcatraz ha scelto Ethel Mannin come una delle proprie autrici di punta, riconoscendo in lei esattamente quel profilo: una scrittrice prolifica, impegnata, anticonformista, che ha attraversato il Novecento con oltre cento libri all’attivo e che oggi pochi conoscono. Pubblicare Sabishisa nel 2025 è un atto editoriale coraggioso e, per chi ama la letteratura di qualità, una bella notizia

Ascolta la puntata di Radio Libertà nella quale abbiamo parlato di questo libro: