In libreria dal 10 luglio la travolgente storia d’amore capolavoro di fine Ottocento
A Bibliotheka, per la scelta di riportare in libreria Senso, vanno i complimenti della redazione di www.classtravel.it: i testi Boito non sono mai stati testi facili da trovare. Per decenni sono rimasti confinati nelle biblioteche universitarie, nelle antologie scolastiche ridotte all’osso, nelle edizioni fuori catalogo che circolano tra i collezionisti. Un lettore curioso ma non accademico ha sempre avuto pochissime chance di imbattersi in questo autore se non attraverso il film di Visconti, che pure è un capolavoro, ma che racconta un’altra storia rispetto al testo originale.
Riportarlo in libreria (lo trovate dal 10 luglio) significa quindi restituirlo al suo pubblico naturale: quello dei lettori comuni, non degli specialisti. Significa affermare che la letteratura italiana dell’Ottocento non è un reperto da museo ma è viva, capace di parlare a chi oggi si interroga su passione, identità, tradimento, scelta morale.
I due fratelli Boito
Camillo Boito è stato a lungo oscurato dalla fama del fratello Arrigo (musicista e librettista di Giuseppe Verdi, famoso come autore del Mefistofele) e, sul versante architettonico, dalla monumentalità di figure come Gottfried Semper o Eugène Viollet-le-Duc, con cui pure dialogava alla pari. Bibliotheka, nel riportarlo in stampa, gli ridà quindi il posto che merita nella conversazione culturale italiana.
Camillo era il fratello maggiore di Arrigo, e in un certo senso, il più complesso dei due. Mentre Arrigo si muoveva nel mondo dorato del melodramma, Camillo abitava quella terra di confine tra rigore scientifico e inquietudine romantica che è il territorio più difficile da cartografare. Non aveva la fama immediata del fratello, ma aveva qualcosa che il tempo ha riconosciuto come altrettanto prezioso: la capacità di essere due cose insieme, senza che l’una tradisse l’altra. Camillo (nato a Roma nel 1836 e morto a Milano nel 1914) per tutta la cita si impegnò con eguale intensità a erigere edifici e a demolire certezze morali, con il mattone e con la penna. Era architetto di mestiere, scrittore per vocazione, teorico per necessità, e scapigliato per temperamento.
Per quasi cinquant’anni Boito insegnò architettura all’Accademia di Brera e al Politecnico di Milano. Potrebbe sembrare una carriera accademica tra le tante, se non fosse che in quegli anni stava elaborando una delle idee più rivoluzionarie nel campo del restauro architettonico: i nuovi interventi su un edificio antico devono essere riconoscibili come tali. Niente falsificazioni, niente aggiunte in stile che simulino l’originale. La storia di un edificio, incluse le sue ferite, le sue stratificazioni, i suoi rattoppi, è parte del suo significato. Questa posizione, oggi quasi ovvia, era tutt’altro che scontata nell’Ottocento, epoca di restauri che spesso significavano rifacimenti integri e fantasiosi. Boito la difese con coerenza teorica e la applicò nei suoi cantieri: nei lavori alla Basilica di Sant’Antonio a Padova, nei progetti per le scuole comunali di via Galvani a Milano, nel Palazzo delle Debite. E poi c’è l’opera che forse lo rappresenta meglio di tutte: la Casa di riposo per musicisti a Milano, voluta da Giuseppe Verdi. Un edificio che doveva accogliere chi aveva dedicato la vita alla musica, e che Boito progettò con quella stessa attenzione al passato e alla dignità che caratterizzava il suo approccio teorico.
Lo scrittore e il lato oscuro dell’animo umano
Dopo le Storielle vane del 1876 e Senso, Camillo scrive le Nuove storielle vane, nel 1883: sono raccolte che appartengono di diritto al movimento della Scapigliatura milanese, quel gruppo eterogeneo di artisti e letterati che negli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento si erano messi di traverso rispetto al romanticismo edulcorato e al positivismo trionfante, cercando nelle pieghe più oscure della psiche umana la materia della vera narrativa.
La scrittura di Boito è limpida, quasi chirurgica. Non cerca l’effetto, non indugia nel compiacimento. Con sobrietà formale racconta passioni che distruggono, egoismi travestiti da sentimento, illusioni che si sgretolano nel contatto con la realtà. Una prosa affilata che non giudica mai i suoi personaggi, ma li lascia confessare davanti al lettore mostrandoci come l’estasi possa trasformarsi, in un attimo, in un’ossessione feroce.
Senso, il capolavoro che scotta ancora
Il racconto di Camillo Boito che ha attraversato il tempo meglio di tutti è Senso, che dà il titolo alla seconda raccolta, e che l’edizione Bibliotheka ha il grande merito di riportare alla luce in una veste accessibile e curata. La storia della contessa Livia Serpieri è torbida, graffiante e sensualissima: ambientata a Venezia durante la terza guerra d’indipendenza, racconta di una donna aristocratica che perde la testa per un giovane ufficiale austriaco, Remigio Ruz, bellissimo, cinico e un po’ codardo. Per lui, Livia sacrifica tutto: il matrimonio, l’onore, persino il denaro destinato alla causa italiana.
Non è una favola romantica. È una storia di passione cieca, tradimento e vendetta spietata. Non sentimenti nobili, ma sensi, carne, attrazione fatale che si trasforma in un vicolo cieco. Boito non giudica la sua protagonista, la lascia confessare attraverso un memoriale segreto, e quella voce che non cerca giustificazioni né pietà è al tempo stesso la sua condanna e la sua redenzione.
Ascolta la puntata di Radio Libertà dove abbiamo parlato della ripubblicazione di Senso:










