Un saggio di Arturo Geoffroy per Armando Editore: la psichiatria, oggi, è ancora circondata da paure e pregiudizi ingiustificati, un retaggio dell’epoca dei manicomi e degli internamenti infiniti. L’autore cerca di sfatare queste false credenze per restituire fiducia in una disciplina che, sostiene, ha fatto passi straordinari negli ultimi decenni.
Tra esperienza clinica, filosofia, storia e letteratura
Non è un manuale in senso stretto, ma un saggio divulgativo che intreccia esperienza clinica, filosofia, storia e letteratura per offrire una visione ampia della psichiatria e della follia umana. Il libro si apre con una riflessione filosofico-letteraria sul rapporto tra follia e normalità, costruita come un fitto dialogo con pensatori di epoche diverse: da Shakespeare a Pascal, da Baudelaire a Desmond Morris. La tesi di fondo è che la pazzia non sia un’eccezione, ma una dimensione presente, in potenza, in ogni essere umano, indipendentemente da ceto, cultura o epoca.
A rendere efficace questo impianto è soprattutto un’immagine: la celebre scritta all’ingresso dell’ex manicomio di Trieste, “il campionario è dentro, la merce si trova fuori”. Geoffroy la richiama per sottolineare come non esista una vera differenza tra chi è recluso come malato e chi vive “libero” fuori dalle mura — il manicomio sarebbe uno specchio della società esterna, non la sua eccezione. Sulla stessa linea si muovono le citazioni di Schelling, secondo cui la ragione stessa nascerebbe da una follia “regolata”, e dello scrittore Hanif Kureishi, per cui la normalità altro non sarebbe che “la borghesizzazione della pazzia ordinaria”.
L’autore passa poi in rassegna diverse prospettive scientifiche e antropologiche — da Lamberto Maffei a Erika Bourguignon, da Erwin Hackernecht a Rudolf Kaelbling — per mostrare come il concetto di “normalità” sia in realtà statistico, culturale e storicamente variabile, mai assoluto. Ne emerge un piccolo inventario degli elementi che tradizionalmente definiscono la salute mentale: autoaccettazione, resistenza allo stress, autonomia critica, percezione realistica, capacità di relazioni affettive e sociali autentiche, un’occupazione, un umore fiducioso verso la vita.
Non manca una notazione controcorrente: citando dati sui tassi di suicidio, Geoffroy osserva come un eccesso di assistenzialismo statale — specie nel nord Europa — possa risultare più dannoso, sul piano psicologico, della fatica e dell’incertezza che accompagnano una vita autodeterminata. Il primo capitolo si chiude con un’ampia rassegna di grandi geni della storia — Van Gogh, Hemingway, Napoleone, Rousseau, Cavour, Galileo, e molti altri — segnati da disturbi psichici o da un destino di incomprensione sociale: la prova, per l’autore, che l’eccentricità e la “diversità” mentale abbiano spesso accompagnato le menti più straordinarie. Chiude citando Basaglia (“La follia è una condizione umana… esiste ed è presente come lo è la ragione”) e Blanchot (“Tutti siamo pazzi, alcuni lo restano”).
La fenomenologia in psichiatria
Uno dei passaggi più riusciti del libro è l’introduzione alla fenomenologia, affidata a un esempio quotidiano: una bottiglia di vino rimasta intonsa dopo una cena saltata all’ultimo momento. Attraverso questa immagine, Geoffroy spiega che la fenomenologia non si interessa a come il mondo è oggettivamente, ma a come ogni individuo lo percepisce e lo vive soggettivamente. Corpo e mente vengono presentati come un’unità inscindibile: i disturbi psichici possono manifestarsi anche attraverso il corpo — il fenomeno della “conversione” — mentre la percezione del mondo, colorata dall’umore, cambia radicalmente a seconda dello stato psichico del soggetto.
Il metodo fenomenologico procede per introspezione ed empatia, cercando di immedesimarsi nel vissuto del paziente per comprenderne il “mondo” interiore così come lui stesso lo sperimenta, senza pretese di oggettività esterna. Da qui il libro ripercorre le tappe fondamentali della disciplina: da Edmund Husserl, il padre della fenomenologia, di formazione matematico-logica, al suo mentore Franz Brentano, che introdusse il concetto di “intenzionalità” dei fenomeni psichici (ogni stato mentale è sempre diretto verso un oggetto); da Ludwig Binswanger, che applicò la fenomenologia alla psichiatria leggendo i sintomi dei malati come espressione di un disturbato “essere-nel-mondo” più che come semplici aberrazioni patologiche, fino a Karl Jaspers, autore della fondamentale Psicopatologia generale.
Geoffroy collega questo impianto filosofico alla svolta scientifica operata da Emil Kraepelin, che distinse la dementia precox dalla ciclotimia, e a Eugen Bleuler, che coniò il termine “schizofrenia”. Una distinzione nosografica che, osserva l’autore, resterà valida anche con l’avvento della psicofarmacologia moderna: schizofrenia e disturbi bipolari rispondono infatti a terapie farmacologiche diverse — antipsicotici da un lato, litio e stabilizzatori dell’umore dall’altro — pur restando, nella pratica clinica, talvolta difficili da distinguere.
Le psicoterapie
Il capitolo undicesimo, tra i più densi del libro, è probabilmente quello più utile a chi vuole orientarsi tra le principali scuole di psicoterapia. Geoffroy parte da lontano, da Gorgia (V secolo a.C.), che paragonava la parola a un farmaco capace di agire sull’anima come un rimedio agisce sul corpo — un’intuizione che, secondo l’autore, la moderna neuroimaging avrebbe confermato duemilacinquecento anni dopo. Segue Epitteto (“gli uomini non sono disturbati dalle cose, ma dalle opinioni che se ne fanno”), che l’autore legge come un anticipatore ante litteram della prospettiva cognitivista. Il filo conduttore è che il linguaggio, a differenza delle vocalizzazioni animali, sia simbolico e riveli l’essenza dell’essere umano, sano o malato che sia.
Da questa premessa, Geoffroy definisce la psicoterapia come cura tramite mezzi esclusivamente psicologici, fondata sulla relazione interpersonale — ricordando che persino i trattamenti farmacologici sono sempre mediati da una componente relazionale, come dimostra l’effetto placebo. Grande spazio è dato alla comunicazione non verbale (tono, sguardo, postura), spesso più rivelatrice del linguaggio parlato, e alla necessaria autenticità del terapeuta nel costruire fiducia con il paziente.
Il capitolo procede poi con una rassegna delle principali scuole:
- La psicoanalisi e le terapie psicodinamiche, nate da Freud a partire dagli studi sull’ipnosi con Charcot, si basano sull’analisi del transfert per portare alla coscienza traumi infantili rimossi. È una tecnica lunga e costosa, indicata soprattutto per le nevrosi — rischiosa invece nelle psicosi, dove può far emergere sintomi latenti. Geoffroy cita anche Jung e Adler come allievi che svilupparono proprie scuole di pensiero.
- La terapia cognitivo-comportamentale nasce in aperta opposizione alla psicoanalisi, puntando su un metodo scientifico e osservabile. Parte dal condizionamento classico di Pavlov e dal condizionamento operante di Skinner, per arrivare al cognitivismo, che si concentra sulle “distorsioni cognitive” alla base di ansia, depressione e disturbi alimentari — ambiti in cui risulta particolarmente efficace, insieme alle fobie e alle dipendenze.
- La terapia sistemico-relazionale, sviluppata dalla scuola di Palo Alto (Bateson, Watzlawick, Haley), considera il sintomo del “paziente designato” non isolatamente, ma in relazione all’intero sistema familiare. Introduce concetti come l’omeostasi familiare — il sistema tende a “riportare indietro” il paziente appena migliorato — e il “doppio legame”, osservato nelle famiglie con un membro schizofrenico.
- La programmazione neurolinguistica (PNL) agisce sui processi sensoriali inconsci per modificare i comportamenti, senza necessariamente analizzarne il contenuto psicologico profondo.
Il capitolo si chiude con una citazione di Eric Kandel, secondo cui ogni forma di psicoterapia produce cambiamenti biologici reali e misurabili nel cervello, proprio come i farmaci: la psicoterapia, in questo senso, sostituirebbe vecchie tracce mnestiche dolorose con nuove esperienze più positive. Geoffroy accenna infine, più brevemente, ad altri approcci come la terapia centrata sul cliente di Rogers, lo psicodramma di Moreno e le terapie di gruppo.
Avvicinandoci a delle conclusioni non definitive
Il libro si chiude con una riflessione etica prima ancora che clinica: il sapere è sempre provvisorio. Ogni epoca, ricorda Geoffroy, ha creduto erroneamente di possedere conoscenze definitive, destinate poi a essere superate — e la psichiatria, sostiene, non fa eccezione: dovrà continuare a evolvere, e quanto scritto nel libro rappresenta solo una parte, quella più legata alla propria esperienza clinica, di un sapere molto più vasto.
Al centro delle pagine finali c’è un aneddoto, attribuito con qualche incertezza allo psichiatra Pinel: una semplice domanda rivolta ai pazienti più gravi, “Lei che progetti ha per il suo futuro?”. Per l’autore, questo gesto racchiude l’essenza di una buona pratica psichiatrica — restituire al malato dignità, fiducia e capacità di autodeterminarsi, invece di ridurlo alla sua sola patologia.
Da qui parte una critica al presente: secondo Geoffroy, oggi tatto e delicatezza verso i pazienti sono sempre più trascurati, schiacciati da una società dominata dal consumismo e da quello che definisce il “capitalismo” come nuova religione, che spinge all’accumulo materiale infinito e alla competizione sfrenata. Un clima che, a suo avviso, alimenta ansia patologica e disagio cronico, e che può aggravare le condizioni di pazienti depressi o schizofrenici — i quali, in ambienti più accoglienti, troverebbero più facilmente un equilibrio. Contro questa deriva, l’autore indica l’amore — familiare, di coppia, amicale — come il vero fattore che dà senso all’esistenza umana, richiamando anche Leopardi e il Dalai Lama sul limite della ricerca ossessiva di successo materiale.
Il dolore umano come sofferenza totale
Una malattia psichica, spiega Geoffroy, non riguarda un organo isolato — come potrebbe essere un’appendice infetta — ma coinvolge la persona nella sua interezza, mente e corpo insieme. È un punto su cui l’autore insiste con particolare convinzione, proprio perché lo ha vissuto sulla propria pelle. Il libro riserva ampio spazio a schizofrenia, paranoia e disturbi bipolari — le psicosi più gravi e più difficili da diagnosticare, ma oggi curabili con terapie efficaci — così come alle nevrosi, molto diffuse nella popolazione e particolarmente rispondenti alla psicoterapia.
Qual è, allora, il ruolo dello psichiatra? Per Geoffroy non è un tecnico che applica protocolli standardizzati, ma qualcuno chiamato a mettersi “al posto” del paziente, con empatia prima ancora che con competenza scientifica. Il libro ripercorre l’evoluzione storica della disciplina, dalle origini fino ai giorni nostri, e spiega in termini accessibili anche il funzionamento di neuroni e sinapsi alla base dei disturbi mentali, senza appesantire la lettura con tecnicismi superflui.
Chi è Arturo Geoffroy
Psichiatra, ha lavorato per anni nel sistema pubblico — prima come assistente volontario, poi come assistente medico di ruolo e infine come aiuto ospedaliero — esercitando la professione per oltre quindici anni. In un arco di appena cinque anni ha subito tre gravi aggressioni fisiche sul lavoro, di cui due a mano armata, inclusa un’occasione in cui è stato sequestrato per due ore da un paziente armato di coltello all’interno del proprio studio, prima dell’intervento della polizia. Ne è seguita una lunga battaglia legale — sei anni — per il riconoscimento di quegli eventi come infortuni sul lavoro.
Questa vicenda personale, definita “quasi kafkiana”, è raccontata nel suo romanzo autobiografico Se segui l’Ombra (Edizioni Tabula Fati, 2019), presentato come un legal thriller in cui il protagonista, da vittima, si trasforma infine in “giustiziere” in un percorso segnato da un tragico epilogo.
Il tono complessivo di Che cosa è la psichiatria è quello di un clinico esperto che rifiuta un approccio puramente tecnico-nosografico, preferendo un discorso ibrido tra scienza medica, antropologia e umanesimo: la psichiatria, per Geoffroy, non è solo la disciplina che cura la malattia mentale, ma una vera e propria chiave di lettura della condizione umana, individuale e collettiva.
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