
Così la foresta di Somadida fece grande la Serenissima
Oggi è un luogo silenzioso e magico, affacciato sulla regionale che porta da Auronzo e Misurina e incastrato tra il Monte Cristallo e le Tre Cime. Riserva Naturale dal 1972, accoglie nei suoi sentieri visitatori a cavallo, a piedi, in bicicletta e offre suggestioni naturali introvabili altrove.
Un tempo, però, la foresta di Somadida era anche un polo produttivo di straordinario valore strategico, tanto da ricavarsi un posto decisivo nelle vicende belliche e politiche internazionali.
Tutto iniziò nel 1463
Tutto cominciò nel 1463, quando nel Mediterraneo vennero al pettine i nodi della rivalità tra la Serenissima Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano, la cui potenza era stata accresciuta dieci anni prima dalla presa di Costantinopoli.
Fu allora che la Magnifica Comunità di Cadore, che già da quarant’anni era sotto “protezione” veneziana, con atto scritto donò la foresta alla Serenissima, affinché ne traesse il legno per la propria flotta, impegnata in una guerra che sapeva di crociata.

La Vizza di San Marco
L’interesse veneziano per il luogo si basava sulla qualità e la resistenza del suo abitante più numeroso e prezioso, l’abete rosso. E fu così che dal bosco di Somadida, chiamato da allora “Vizza di San Marco”, cominciarono a partire migliaia di tronchi di abete rosso, fino ad arrivare a un flusso di trecentomila l’anno. Un’impresa colossale che, stante la distanza di 150 chilometri tra il bosco e la laguna, ebbe bisogno di una filiera organizzata nei dettagli.
Il Piave e le zattere
Ed è qui che entrano in ballo due figure leggendarie: il Piave (in realtà per i locali era, e in qualche caso è ancora, “la” Piave) e lo zattiere. Il primo divenne l’autostrada lungo la quale il legname viaggiava; il secondo era colui che per mestiere conduceva i tronchi sul fiume, sfidando correnti, anse e strettoie.
Oggi, attraverso il lavoro dell’Associazione degli Zattieri del Piave, attiva dal 1982, possiamo ricostruire nei particolari il viaggio avventuroso dalle valli del Cadore all’Arsenale veneziano. I tronchi sottratti alla foresta venivano trasportati via terra per chilometri, fino a Perarolo, dove venivano affidati al Piave. Fra Perarolo e Codissago (frazione di Longarone) il legno veniva ridotto in tavole dalle 13 segherie che Venezia aveva fatto installare lungo il fiume.

Fusti di 28 metri
A Codissago entravano in scena gli zattieri, che caricavano le tavole sulle loro imbarcazioni e puntavano a Venezia. La cosa, già di per sé non priva di rischi, si complicava ulteriormente per il trasporto dei tronchi destinati all’alberatura delle navi veneziane. In quel caso, servivano fusti di 28 metri, non un centimetro di meno, difficilmente caricabili su una zattera. La soluzione fu semplice e geniale: i lunghi tronchi venivano legati tra loro con rami di nocciolo ritorti, fino a costituire essi stessi una grande zattera, detta “raso”. Agli zattieri toccava il compito arduo di governare queste mega imbarcazioni, che in larghezza non dovevano superare i 4 metri e 20 centimetri, oltre i quali il rischio di incagliamento diveniva quasi certezza. Arrivati a destinazione, i rasi venivano sciolti e avviati ai depositi veneziani.
La via degli zatteri
La vita degli zattieri del Piave univa rischio e fatica senza soluzione di continuità. A seconda del tratto di fiume di cui si occupavano, erano divisi in cinque confraternite: Codissago, Ponte nelle Alpi, Borgo Piave, Nervesa, Ponte di Piave. Arrivati alla stazione successiva, consegnavano le zattere alla confraternita di competenza e rientravano a piedi nel pomeriggio, solcando come ombre vegetazione, fango e neve.
Per decenni, il legno del Cadore e il sacrificio dei cadorini costruirono non solo la flotta di Venezia, ma Venezia stessa, visto che i tronchi di Somadida divennero le fondamenta di molti palazzi della Serenissima, tanto da avvalorare il detto secondo cui “Venezia poggia su un Cadore rovesciato”.
L’epopea degli zattieri rivive in un piccolo museo allestito all’imbocco della foresta. A poca distanza, poggiato su una piana, è visibile un “raso” ricostruito fedelmente dall’associazione degli zattieri del Piave, in collaborazione con le maestranze forestali del Reparto Carabinieri Biodiversità di Vittorio Veneto.
Quanto all’abete rosso, abita ancora in gran numero nel bosco, ma ha vissuto tempi decisamente migliori: il bostrico, un coleottero che vive scavando gallerie nei tronchi, divenuto più longevo per l’innalzamento delle temperature, ha reso buona parte degli alberi scheletri ingrigiti. I responsabili della Riserva sono al lavoro; il resto, dicono, lo farà la foresta, riproducendo se stessa, come ha sempre fatto.
Testo e foto di Marco Filacchione | Riproduzione riservata ©www.ClassTravel.it

Info: Consorzio Turistico Tre Cime Dolomiti, Via Corte 18, Auronzo – tel. +39 0435 99603 – www.auronzomisurina.it









