David Le Breton è uno degli antropologi francesi contemporanei più autorevoli e prolifici, da decenni docente all’Università di Strasburgo. È oggi considerato uno dei massimi specialisti mondiali di antropologia del corpo, con incursioni che spaziano dal dolore al silenzio, fino alla conversazione, tema del suo ultimo saggio pubblicato in Italia

Un pensiero costruito attorno al corpo

Il filo conduttore della sua ricerca, fin dagli esordi, è il corpo: non come semplice dato biologico, ma come luogo in cui si costruisce il senso dell’esistenza. Le Breton – che è anche membro dell’Institut Universitaire de France, una delle istituzioni scientifiche più prestigiose del Paese, riservata a un numero ristretto di studiosi di particolare rilievo- ha dedicato gran parte della sua produzione scientifica all’uso e alle valenze culturali del corpo umano, analizzando in particolare i comportamenti a rischio, le pratiche estreme, sportive o esistenziali attraverso cui l’individuo mette alla prova i propri limiti.

Un’opera vastissima, tradotta in tutto il mondo

La sua bibliografia conta decine di saggi tradotti in numerose lingue. Tra i titoli più noti pubblicati in Italia figurano Il mondo a piedi (Feltrinelli), La pelle e la traccia. Le ferite del sé (Meltemi), Il sapore del mondo. Un’antropologia dei sensi (Raffaello Cortina), Sociologia del rischio (Mimesis), Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo (Raffaello Cortina), Ridere. Antropologia dell’homo ridens (Raffaello Cortina), Antropologia del corpo (Meltemi) e A ruota libera. Antropologia sentimentale della bicicletta (Raffaello Cortina).

Una domanda che attraversa tutti i suoi libri

Scorrendo questi titoli emerge un tema ricorrente: la lentezza e la presenza fisica nel mondo, opposte ai ritmi accelerati della modernità. Che si tratti di camminare, di tacere o semplicemente di abitare il proprio corpo, Le Breton torna sempre allo stesso interrogativo, osservato da angolature diverse. Non stupisce, allora, che il suo ultimo lavoro, La fine della conversazione? La parola in una società spettrale, si inserisca perfettamente in questa traiettoria: qui la riflessione sulla presenza incarnata approda al terreno, oggi cruciale, della comunicazione digitale e di ciò che rischiamo di perdere quando la parola smette di passare attraverso un volto, uno sguardo, un corpo.

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La fine della conversazione

È proprio in questo solco che si colloca l’ultimo saggio di Le Breton, pubblicato in Italia da Armando Editore. Da quando lo smartphone è diventato, dal 2008 in poi, un’estensione permanente di noi stessi, non siamo mai stati così connessi eppure non siamo mai stati così soli.

Le Breton distingue con precisione due concetti che spesso confondiamo: la comunicazione, rapida, a distanza, controllabile, priva di rischio, dove possiamo scegliere cosa mostrare di noi; la conversazione lenta, incarnata, fatta di volti, sguardi, silenzi, imprevedibilità, che richiede di esporsi davvero all’altro.

La sua osservazione è che la prima stia progressivamente sostituendo la seconda in ogni ambito della vita: nelle famiglie, tra amici, sul lavoro, per strada. E questo ha un costo enorme, anche se spesso invisibile: perdiamo il volto dell’altro, perdiamo il valore del silenzio condiviso, perdiamo quella “consacrazione reciproca” che nasce solo dall’essere davvero presenti l’uno per l’altro.

Il libro attraversa fenomeni molto concreti — adolescenti sempre connessi, hikikomori che si ritirano completamente dal mondo reale, robot conversazionali che simulano l’ascolto — per mostrare le conseguenze di questa trasformazione: solitudine crescente, difficoltà a gestire la noia e il silenzio, burnout da iperconnessione.

Le Breton non è nostalgico né tecnofobo. Non condanna la tecnologia in sé, così come non avrebbe senso condannare l’automobile per gli incidenti che provoca. Il suo è piuttosto un invito lucido: riconoscere che la parola vera ha bisogno di tempo, attenzione e presenza fisica, e che sta a noi decidere di difendere questo spazio, prima che la conversazione diventi davvero un anacronismo.

Un percorso in diciotto tappe

Il libro procede come una vera e propria esplorazione, capitolo dopo capitolo, di tutto ciò che la conversazione mette in gioco e di tutto ciò che rischiamo di perdere. Si parte da uno sguardo d’insieme sul presente: dal 2008 in poi, con la diffusione degli smartphone, questo dispositivo ha smesso di essere un semplice strumento per diventare una vera e propria porta d’ingresso verso il mondo e verso gli altri, colonizzando la vita quotidiana e trasformando radicalmente la socialità. Da qui Le Breton comincia a definire il proprio oggetto di studio: la conversazione, appunto, non intesa come un modello ideale da rimpiangere con nostalgia, ma come una pratica viva, fondata su presenza reciproca, ascolto e riconoscimento — quella che lui stesso definisce, con un’espressione felice, “un’associazione senza scopo di lucro”, gratuita e per questo insostituibile.

Il volto

Al centro di questa pratica c’è il volto: è lì, sostiene l’autore, che si gioca ogni conversazione autentica, perché il volto espone la nostra vulnerabilità, permette il riconoscimento reciproco ed è la base stessa dell’etica dell’incontro. Quando il volto scompare, scompare con lui anche la fiducia. E la conversazione, per Le Breton, non è mai armonia garantita: comporta sempre un rischio, una certa vulnerabilità, quel confronto — a volte anche conflittuale — che Montaigne chiamava “limarsi” all’altro, mettersi alla prova nello scambio.

Per capire quanto sia importante questa dimensione, l’autore ripercorre anche la lunga tradizione storica della conversazione come arte del vivere insieme, dalla filosofia greca fino ai salotti mondani tra Cinquecento e Settecento, quando era considerata un vero e proprio ideale di civiltà. E dentro questa arte, sottolinea, ha sempre avuto un ruolo fondamentale anche il silenzio: non un vuoto o un’interruzione, ma parte integrante della conversazione stessa, capace di dare respiro e profondità alla parola. Le notifiche digitali, al contrario, irrompono senza rispettare questo ritmo, imponendosi con la loro urgenza.

La taylorizzazione della comunicazione

È qui che il libro compie un primo grande passo verso la contemporaneità, immaginando — attraverso un racconto di fantascienza di J.G. Ballard — un mondo in cui ogni relazione, anche la più affettiva e familiare, avviene solo a distanza: un esperimento mentale che mostra fino a che punto questa deriva potrebbe spingersi, con esiti tanto estremi quanto inquietanti. Da questa immagine limite, Le Breton arriva a formulare la contrapposizione che attraversa tutto il libro: da una parte la comunicazione, rapida, distante, disincarnata; dall’altra la conversazione, lenta, presente, incarnata. La prima, osserva, tende progressivamente a “divorare” la seconda, imponendo l’interattività al posto del vero dialogo.

Le conseguenze di questo slittamento si vedono ovunque nella vita quotidiana: ognuno tende oggi a costruirsi un piccolo mondo autosufficiente tramite il proprio smartphone, indebolendo relazioni un tempo scontate — quelle con i vicini di casa, con i camerieri, con i colleghi, persino con gli sconosciuti incrociati per strada. È una vera e propria “taylorizzazione” della comunicazione, spiega l’autore: la società dell’istante applica ai rapporti umani la stessa logica di efficienza spinta che un tempo regolava le catene di montaggio, eliminando ogni “tempo morto” — anche quello, prezioso, necessario a pensare o semplicemente a stare con l’altro.

L’on line

Il libro si addentra poi in territori più inquieti: la frammentazione identitaria online, dove avatar, pseudonimi e profili multipli permettono di sfuggire ai vincoli del corpo e del volto, ma finiscono anche per dissolvere la nostra consistenza reale; il rapporto tra parola e violenza, con una riflessione su come la conversazione — e persino il silenzio condiviso — possano disinnescare l’aggressività, mentre la distanza digitale tende invece ad amplificarla, privandoci del freno rappresentato dallo sguardo dell’altro; e il crescente ricorso ai robot conversazionali e ai chatbot, da ELIZA in poi, per colmare la solitudine — una simulazione dell’ascolto che spesso soddisfa proprio perché priva di ogni rischio relazionale.

I giovani

Un’attenzione particolare è dedicata alle generazioni più giovani, cresciute interamente dentro questa socialità digitale, che ne modella profondamente l’identità: per molti adolescenti il telefono è, con le loro stesse parole, “l’unica cosa che appartiene davvero” a sé, un rifugio quotidiano. Le Breton approfondisce anche il fenomeno, nato in Giappone ma ormai diffuso ovunque, degli hikikomori: quei giovani che si ritirano completamente dalla vita sociale reale, rifugiandosi in un mondo fatto solo di schermi.

Verso la fine del libro, la riflessione si fa più ampia e più malinconica insieme. Con la moltiplicazione infinita degli scambi digitali, osserva l’autore, la parola finisce paradossalmente per perdere valore proprio perché non è più rara: a differenza di una lettera attesa per giorni, un SMS non conserva più nulla di sacro o di memorabile. E c’è chi si adatta a questi ritmi frenetici, e chi invece ne resta sfinito, sviluppando burnout, depressione, o un desiderio di sparire, di sottrarsi al peso di una disponibilità costante imposta dalla connessione permanente.

Il libro si chiude, però, senza cedere al pessimismo. L’apertura critica finale ristabilisce l’equilibrio che percorre tutto il saggio: non ha senso rimpiangere semplicemente il passato, così come non avrebbe senso condannare l’automobile in blocco. Ciò che serve, piuttosto, è difendere consapevolmente lo spazio della parola vera, lenta, incarnata, contro l’inflazione soffocante della comunicazione.

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