Più di 100 sale e gallerie, quasi 1.800 opere esposte su un patrimonio complessivo che supera le migliaia, e un filo conduttore che attraversa secoli: la passione dei monarchi spagnoli per il collezionismo.

Una collezione nata dal gusto dei re

Le radici del museo affondano nel Cinquecento e nel Seicento, quando i sovrani spagnoli iniziarono a raccogliere opere con un gusto personale così spiccato da rendere, entro la fine del Seicento, la collezione reale spagnola la migliore d’Europa. Il cuore di questo patrimonio è la grande tradizione pittorica del colore: da Tiziano a Tintoretto e Veronese, fino ai fiamminghi Rubens e Van Dyck.

È in questo solco che si inserisce Velázquez, figura centrale del museo, accanto a Ribera, Zurbarán e Murillo, protagonisti del momento di massimo splendore della pittura spagnola nel XVII secolo. La scuola prosegue nel Settecento con Van Loo, Giaquinto e Tiepolo, per culminare nella figura di Goya, la cui produzione — conservata al Prado nella raccolta più ampia esistente — travalica i confini della storia dell’arte per diventare testimonianza culturale e civile della Spagna.

Un mosaico di scuole europee

Accanto ai grandi nomi spagnoli, il museo custodisce testimonianze fondamentali di altre scuole: le opere di Van der Weyden e Bosch rappresentano il contributo della pittura fiamminga, mentre Poussin e Claude Lorrain portano la voce della Francia. Raffaello, Parmigianino e Caravaggio incarnano invece i vertici della pittura italiana, dal Rinascimento al Seicento, con Guido Reni e Artemisia Gentileschi tra i protagonisti del secolo successivo.

Il racconto prosegue nell’Ottocento, secolo turbolento di cui il museo restituisce la varietà attraverso artisti come Federico de Madrazo, Eduardo Rosales, Mariano Fortuny e Joaquín Sorolla. A completare il quadro, un importante nucleo di sculture classiche tra il XVI e il XIX secolo e una collezione di arti decorative di grande pregio, di cui fanno parte il celebre Tesoro del Delfino e i raffinati tavoli in pietra dura del XVII e XVIII secolo.

Da Gabinetto di Storia Naturale a museo nazionale

La storia dell’edificio che oggi conosciamo come Prado è a sua volta sorprendente. Progettato alla fine del Settecento dall’architetto neoclassico Juan de Villanueva, non nacque affatto come museo d’arte: doveva ospitare il Gabinetto di Storia Naturale. Solo nel 1819 apre le sue porte come Museo Reale di Pittura, uno dei primi edifici europei concepiti fin dall’origine per accogliere un museo, per quanto con una destinazione diversa da quella originaria.

Da allora l’edificio è stato riprogettato e ampliato in innumerevoli occasioni, fino a diventare l’attuale Campus del Prado: un complesso di cinque strutture che comprende, oltre allo storico Edificio Villanueva, l’Edificio Jerónimos — accesso principale al museo e sede dell’auditorium, integrato nel chiostro del monastero dei Geronimi — la Chiesa di San Jerónimo el Real, che ospita le opere in deposito, il Cason del Buen Retiro con la volta di Luca Giordano, e la futura Sala dei Regni, che recupererà spazi del Palazzo del Buen Retiro di Filippo IV per restituire al pubblico un insieme unico del Barocco europeo.

Un patrimonio ancora in movimento

Ciò che colpisce è la sensazione di un museo tutt’altro che statico: una collezione che continua a crescere, un campus che si espande, sale che aprono e progetti che si rinnovano. Il Prado resta, più di due secoli dopo la sua fondazione, fonte di ispirazione per artisti, scrittori e studiosi — un patrimonio di valore universale che la Spagna continua a custodire e a offrire al mondo.