Acqua, sabbia, cloro: quali infezioni oculari sono più frequenti nei viaggiatori, e in quali contesti si contraggono più facilmente? Come riconoscere i primi sintomi di una congiuntivite o infezione oculare in viaggio, e quando serve rivolgersi subito a un medico locale? La sabbia, il vento e il cloro possono causare danni non solo fastidio temporaneo? Come proteggersi durante attività come snorkeling o immersioni? Lo abbiamo chiesto a Vincenzo Scorcia, professore ordinario di Oftalmologia all’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, dove dirige l’Unità Operativa di Oculistica e la Scuola di Specializzazione in Oftalmologia. Laureato con lode in Medicina e Chirurgia alla Sapienza di Roma, si è poi specializzato in Oftalmologia a Catanzaro, dove ha svolto anche un periodo di ricerca sulla genetica oculare al National Institute of Health di Bethesda (USA) e un Honorary Fellowship in Ocular Surface Disease al Moorfields Eye Hospital di Londra, uno dei centri di riferimento mondiali per le patologie oculari.
Professore, tutti amiamo il mare e le spiagge ma come possiamo proteggere i nostri occhi?
L’acqua del mare, il cloro delle piscine e la sabbia spinta dal vento sono elementi immancabili della stagione estiva. Sebbene sinonimo di svago, rappresentano vettori di irritazioni fisiche e agenti patogeni capaci di compromettere la salute della superficie oculare. L’esposizione a fonti d’acqua non controllate o l’igiene precaria favoriscono l’insorgenza di diverse patologie infettive
Quali sono le patologie infettive che rischiamo in acqua?
Le congiuntiviti batteriche e virali sono estremamente diffuse nelle piscine affollate e nei mari poco aerati. I batteri (Pseudomonas, Staphylococcus) e gli adenovirus proliferano facilmente dove il ricambio d’acqua è scarso o la disinfezione chimica è insufficiente. La cheratite da Acanthamoeba è l’infezione più temuta dai portatori di lenti a contatto. L’Acanthamoeba è un’ameba presente nell’acqua di rubinetto, nei laghi, nei fiumi e persino nelle piscine clorate. Penetra nella cornea attraverso micro-lesioni e provoca un’infezione dolorosa, complessa da curare e potenzialmente invalidante per la vista. E poi le infezioni da acqua non potabile e docce: utilizzare acqua locale non potabile per sciacquarsi il viso o fare la doccia indossando le lenti a contatto espone l’occhio a batteri atipici e miceti (funghi).
Come distinguere se è necessario andare dal medico?
È fondamentale saper distinguere un’irritazione temporanea da un’infezione oculare in atto che richiede una terapia tempestiva. La presenza di dolore severo, calo della vista, secrezioni purulente o un’impronta biancastra sulla cornea richiede una visita oculistica urgente entro 24 ore. Evitare l’automedicazione con colliri cortisonici o antibiotici senza diagnosi specialistica.
I fattori ambientali non causano solo fastidi momentanei: la sabbia può procurare vere e proprie abrasioni corneali, mentre il cloro altera la barriera lipidica del film lacrimale, lasciando l’occhio privo di difese naturali contro le infezioni. Maschere e occhialini ben aderenti isolano gli occhi dagli agenti irritanti.
Quali possono essere le strategie di protezione durante le attività acquatiche?
Uso di occhialini da nuoto o maschera da sub: durante snorkeling, immersioni o nuoto in piscina, la maschera crea un’efficace barriera fisica che impedisce il contatto diretto tra l’occhio e l’acqua salata, clorata o contaminata. Gestione dei traumi da sabbia: in caso di raffica di vento con sabbia, non strofinare mai gli occhi. Strofinare spinge i granelli contro la cornea, provocando solchi e lesioni superficiali. Risciacquare abbondantemente con soluzione fisiologica o lacrime artificiali in monodose. Compensazione in immersione: durante le immersioni subacquee, ricordarsi di compensare la pressione all’interno della maschera immettendo aria con il naso, per evitare il “colpo di ventosa” (barotrauma oculare con emorragie congiuntivali).
Ci sono precauzioni specifiche per chi pratica sport come sci, immersioni o trekking in alta quota dal punto di vista oculare?
Che si tratti di scalare una vetta oltre i 3.000 metri, sciare su un ghiacciaio o immergersi nelle profondità marine, gli sport estremi mettono il corpo umano — e gli occhi in particolare — a confronto con variazioni fisiologiche importanti. Pressione, radiazioni e traumi ambientali richiedono una preparazione specifica.
Raggiungere quote elevate comporta due variazioni ambientali fondamentali: l’ipossia, cioè la minore disponibilità di ossigeno, e la riduzione della pressione atmosferica.
Cosa succede alla pressione intraoculare in chi soffre di glaucoma?
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la pressione intraoculare tende a ridursi leggermente o a rimanere stabile alle alte quote, grazie ai complessi meccanismi di compenso dell’umor acqueo. Per i pazienti con glaucoma ben controllato, l’altitudine in sé non rappresenta quindi un rischio idrodinamico diretto. Tuttavia, l’ipossia sistemica e il freddo estremo possono ridurre la perfusione vascolare della testa del nervo ottico, e vanno per questo tenuti sotto controllo.
Anche la cornea può risentirne: in caso di ipossia acuta, può andare incontro a un lieve edema, con conseguente visione annebbiata o aloni attorno alle luci. Chi ha subito interventi come la cheratotomia radiale (RK) può inoltre sperimentare variazioni di rifrazione temporanee, con un effetto di ipermetropizzazione.
Un capitolo a parte riguarda le emorragie retiniche di altitudine (HAR): sopra i 4.000-5.000 metri, l’ipossia marcata provoca una dilatazione e una maggiore permeabilità dei vasi retinici, che possono causare micro-emorragie. Nella maggior parte dei casi sono asintomatiche e si riassorbono spontaneamente al rientro a quote inferiori.
Quali protezioni servono per ogni disciplina?
Ogni attività sportiva estrema richiede presidi di protezione calibrati sulle proprie caratteristiche.
Nello sci e nell’escursionismo su ghiacciaio, oltre all’elevata radiazione UV, il nemico principale è il vento gelido, che provoca secchezza da congelamento del film lacrimale e iperlacrimazione riflessa. L’attrezzatura ideale è una maschera da sci avvolgente con lenti di Categoria 4 (filtro UV 100%), dotata di prese d’aria anti-appannamento.
Nelle immersioni subacquee, l’aumento della pressione idrostatica durante la discesa richiede una corretta compensazione del volume d’aria all’interno della maschera, immettendo aria dal naso. La mancata compensazione può causare il cosiddetto barotrauma oculare, o “effetto ventosa”: la rottura dei capillari congiuntivali, con traumi o emorragie sottocongiuntivali che sono comunque, quasi sempre, benigni.
Nel trekking e nell’arrampicata, durante gli sforzi e la sudorazione, è importante evitare fasce o cappelli che spingano il sudore salato negli occhi. Se si usano occhiali sportivi, meglio preferire lenti fotocromatiche, capaci di adattarsi al passaggio continuo tra zone d’ombra e tratti esposti al sole.
E la cecità da neve?
La fotocheratite — comunemente nota come “cecità da neve” — è una vera e propria ustione attinica della superficie oculare, in particolare dell’epitelio corneale e della congiuntiva, provocata dall’esposizione incontrollata ai raggi UVB. Nei contesti innevati il rischio è altissimo: la neve fresca riflette fino all’80-85% dei raggi UV, creando un effetto specchio che moltiplica la radiazione ricevuta.
Testo di redazione | Riproduzione riservata ©www.ClassTravel.it
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