Quando si parte per un viaggio pensiamo a tante cose ma difficilmente ci preoccupiamo di cosa può succedere ai nostri occhi e a come fare per proteggerli. Per dare i giusti consigli alle nostre lettrici, abbiamo intervistato Vincenzo Scorcia, professore ordinario di Oftalmologia all’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, dove dirige l’Unità Operativa di Oculistica e la Scuola di Specializzazione in Oftalmologia. Laureato con lode in Medicina e Chirurgia alla Sapienza di Roma, si è poi specializzato in Oftalmologia a Catanzaro, dove ha svolto anche un periodo di ricerca sulla genetica oculare al National Institute of Health di Bethesda (USA) e un Honorary Fellowship in Ocular Surface Disease al Moorfields Eye Hospital di Londra, uno dei centri di riferimento mondiali per le patologie oculari.

È specializzato in trapianti di cornea lamellari e nelle patologie del segmento anteriore dell’occhio, e si occupa quotidianamente di cheratocono, cataratta, maculopatie e retinopatia diabetica. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali e relatore ai principali congressi mondiali di oftalmologia (SOI, ESCRS, ASCRS, AAO), dal 2012 organizza corsi di chirurgia corneale e dirige il Master in “Patologia e Chirurgia Corneale”.

Professore, come la destinazione del nostro viaggio può influire sui nostri occhi in termini di stress?

Quando prepariamo la valigia per una nuova meta, pensiamo alla crema solare, alle scarpe adatte, ai vestiti leggeri o pesanti. Raramente, però, ci chiediamo come la nostra destinazione influenzerà l’organo che ci permette di ammirarla: i nostri occhi. Dalle vette innevate ai deserti aridi, l’apparato visivo viene sottoposto a condizioni ambientali estreme, perché ogni ecosistema presenta insidie biologiche e fisiche specifiche per la superficie oculare e per la retina.

Può farci qualche esempio?

In alta quota e sui ghiacciai, più saliamo, più l’atmosfera si assottiglia, lasciando passare una quantità maggiore di radiazioni ultraviolette: gli UV aumentano del 10-12% ogni 1.000 metri di altitudine, e la neve riflette fino all’80% della luce solare, raddoppiando di fatto l’esposizione oculare. Al mare e sulle spiagge, la sabbia chiara e l’acqua riflettono rispettivamente il 15% e il 10-20% dei raggi UV, mentre il sale e il vento accelerano l’evaporazione del film lacrimale, causando secchezza ed eritemi congiuntivali. Nel deserto e negli ambienti aridi il nemico principale è la combinazione tra bassissima umidità relativa, temperature elevate e micro-particelle di sabbia in sospensione, che espone al rischio di una cheratocongiuntivite micro-traumatica ed evaporativa rapida. Nei climi molto freddi, infine, il freddo rigido e il vento gelido provocano vasocostrizione e iperlacrimazione riflessa, alterando la stabilità della pellicola lacrimale e rendendo l’occhio arrossato, dolorante e vulnerabile alle infezioni. In tutti questi contesti, l’esposizione solare prolungata e non protetta non provoca soltanto stanchezza o semplice abbagliamento: i danni possono essere sia acuti sia cronici.

Quali possono essere i danni acuti e i danni cronici?

Tra i danni acuti, a breve termine, il più comune è la fotocheratite, la cosiddetta “cecità da neve”: una vera e propria ustione solare della cornea, che si manifesta a distanza di poche ore dall’esposizione con dolore intenso, sensazione di sabbia negli occhi, fotofobia marcata e blefarospasmo. Tra i danni cronici, a lungo termine, la radiazione UV accumulata negli anni stimola invece alterazioni degenerative dei tessuti: tra le più diffuse figurano lo pterigio e la pinguecola, proliferazioni anomale della congiuntiva sulla cornea, la comparsa precoce della cataratta, cioè l’opacizzazione del cristallino, e danni irreversibili alla retina centrale, come la maculopatia solare o l’accelerazione della degenerazione maculare legata all’età.

Che problemi i viaggi in aereo possono provocare ai nostri occhi?

L’ambiente all’interno di un aereo di linea presenta due fattori critici per la salute dell’occhio. Il primo è l’estrema secchezza dell’aria: quella ricircolata in cabina proviene dagli strati alti dell’atmosfera ed è quasi priva di umidità, con un tasso relativo che scende spesso sotto il 10-15%, contro il 40-60% ideale. Questo accelera vertiginosamente l’evaporazione del film lacrimale naturale. Il secondo fattore sono le variazioni di pressione atmosferica: sebbene la cabina sia pressurizzata, a un’equivalente di circa 1.800-2.400 metri di altitudine, i cambi di pressione durante decollo e atterraggio possono causare lievi espansioni dei gas intraoculari, o disagio in chi ha problemi di drenaggio lacrimale o patologie vascolari retiniche.

Come possiamo aiutare i nostri occhi a proteggersi in volo?

La prevenzione dell’occhio secco in volo richiede l’uso regolare di sostituti lacrimali. Devono prestare particolare cautela i pazienti affetti da sindrome dell’occhio secco, i portatori di lenti a contatto, chi soffre di glaucoma o vasculopatie retiniche, e chiunque si sia sottoposto di recente a interventi chirurgici oculari.

Può suggerire alle nostre lettrici le regole d’oro per la cabina?

La prima è evitare le lenti a contatto: l’aria secca le disidrata rapidamente, rendendole rigide, riducendo l’ossigenazione della cornea e aumentando il rischio di microabrasioni o infezioni. Meglio indossare gli occhiali da vista per tutta la durata del volo. La seconda è instillare sostituti lacrimali ad alta viscosità, come lacrime artificiali monodose a base di acido ialuronico ad alto peso molecolare o trealosio, prive di conservanti, applicandole prima del decollo e ripetendone l’uso ogni 1-2 ore, senza attendere la comparsa del fastidio. È importante anche orientare le bocchette dell’aria, assicurandosi che il flusso condizionato sopra il sedile non sia puntato direttamente verso il viso, e curare l’idratazione sistemica bevendo molta acqua ed evitando alcolici o caffeina a bordo, che favoriscono la disidratazione generale del corpo e dei tessuti oculari. Infine, meglio concedersi delle pause visive: guardare schermi e tablet riduce la frequenza dell’ammiccamento di oltre il 50%.

Chirurgia oculare recente e volo: quando si può tornare a volare?

Una delle domande più frequenti che ci vengono rivolte riguarda proprio la sicurezza di prendere un aereo dopo un intervento chirurgico. La risposta dipende dal tipo di procedura e dai tessuti o dalle sostanze utilizzati durante l’operazione.

Chi si è sottoposto a un intervento di cataratta dovrebbe attendere almeno 24-48 ore prima di volare, se il decorso è regolare e senza complicazioni, continuando ad applicare i colliri antibiotici e antinfiammatori prescritti. La chirurgia refrattiva richiede tempi simili, tra le 24 e le 72 ore: l’aereo non danneggia il lembo corneale, ma l’estrema secchezza della cabina richiede un’idratazione oculare costante ogni 30-60 minuti, per evitare ritardi nella riepitelizzazione. Massima attenzione, invece, per chi si è sottoposto a chirurgia vitreo-retinica, ad esempio per un distacco di retina: spesso, durante questa procedura, si inserisce una bolla di gas intraoculare, che rappresenta una controindicazione assoluta al volo. Con la diminuzione della pressione in cabina, infatti, il gas si espande provocando un picco ipertonico oculare grave, forte dolore e rischio di cecità irreversibile. Si può tornare a volare solo quando il gas è stato completamente riassorbito, o sostituito con olio di silicone, e solo previa autorizzazione del chirurgo.

Chi soffre di glaucoma, degenerazione maculare o retinopatia diabetica deve prendere precauzioni particolari prima di partire?

Soffrire di una patologia oculare cronica non significa rinunciare al piacere di esplorare il mondo. Tuttavia, per chi vive con patologie come il glaucoma, la degenerazione maculare o la retinopatia diabetica, la pianificazione del viaggio richiede qualche attenzione in più, per garantire la continuità terapeutica ed evitare complicanze lontano da casa.

Chi soffre di glaucoma deve assicurarsi di avere una scorta sufficiente di colliri ipotonizzanti per coprire l’intera durata del soggiorno, considerando anche eventuali ritardi nei voli, e la pressione intraoculare deve essere ben stabilizzata prima di affrontare lunghi viaggi. Chi è in trattamento per la degenerazione maculare legata all’età con iniezioni intravitreali deve pianificare le date del viaggio rispettando rigorosamente gli intervalli tra una seduta terapeutica e l’altra, oltre a proteggere la macula dalle radiazioni UV con occhiali da sole a filtro UV400 ad alta protezione, di categoria 3 o 4. Chi convive con la retinopatia diabetica, infine, deve garantire un controllo glicemico ottimale anche in vacanza, perché sbalzi glicemici improvvisi, legati a variazioni della dieta o dell’attività fisica, possono causare oscillazioni della vista o edemi retinici.

Come comportarsi con il fuso orario?

Una delle sfide più sottovalutate nei viaggi intercontinentali è proprio la gestione delle terapie a orario fisso, come i colliri ipotonizzanti per il glaucoma. La regola d’oro è seguire il tempo trascorso, non l’orologio locale: ciò che conta per l’efficacia del farmaco non è l’ora segnata dall’orologio della destinazione, ma l’intervallo tra una dose e l’altra, generalmente di 12 o 24 ore. Per i fusi orari più impegnativi, dalle 5-6 ore in su, conviene adattarsi gradualmente: se la somministrazione è ogni 24 ore, ad esempio la sera, basta spostare l’orario di instillazione di 1-2 ore al giorno nei giorni precedenti o successivi al volo, per riallinearsi senza ridurre drasticamente l’intervallo d’azione del farmaco.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la conservazione: alcuni colliri, come certi principi attivi per il glaucoma o le lacrime artificiali biologiche, richiedono una catena del freddo tra 2°C e 8°C, e vanno quindi trasportati in una pochette termica con mattonella refrigerante. Un ultimo consiglio, semplice ma prezioso: prima di partire, fotografare con lo smartphone i propri occhiali da vista, la ricetta medica con i parametri di rifrazione e le confezioni dei colliri utilizzati. In caso di smarrimento dei bagagli, avere questi dati salvati sul telefono facilita l’acquisto o la sostituzione dei presidi presso una farmacia o un centro ottico locale.

Ci sono precauzioni specifiche per chi pratica sport come sci, immersioni o trekking in alta quota dal punto di vista oculare?

Che si tratti di scalare una vetta oltre i 3.000 metri, sciare su un ghiacciaio o immergersi nelle profondità marine, gli sport estremi mettono il corpo umano — e gli occhi in particolare — a confronto con variazioni fisiologiche importanti. Pressione, radiazioni e traumi ambientali richiedono una preparazione specifica. Raggiungere quote elevate comporta infatti due variazioni ambientali fondamentali: l’ipossia, cioè la minore disponibilità di ossigeno, e la riduzione della pressione atmosferica.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la pressione intraoculare tende a ridursi leggermente o a rimanere stabile alle alte quote, grazie ai complessi meccanismi di compenso dell’umor acqueo. Per i pazienti con glaucoma ben controllato, l’altitudine in sé non rappresenta quindi un rischio idrodinamico diretto, anche se l’ipossia sistemica e il freddo estremo possono ridurre la perfusione vascolare della testa del nervo ottico, e vanno per questo tenuti sotto controllo. Anche la cornea può risentirne: in caso di ipossia acuta, può andare incontro a un lieve edema, con conseguente visione annebbiata o aloni attorno alle luci, mentre chi ha subito interventi come la cheratotomia radiale può sperimentare variazioni di rifrazione temporanee, con un effetto di ipermetropizzazione. Sopra i 4.000-5.000 metri, inoltre, l’ipossia marcata può provocare una dilatazione e una maggiore permeabilità dei vasi retinici, con conseguenti micro-emorragie di altitudine: nella maggior parte dei casi sono asintomatiche e si riassorbono spontaneamente al rientro a quote inferiori.

Ogni attività sportiva estrema richiede poi presidi di protezione calibrati sulle proprie caratteristiche. Nello sci e nell’escursionismo su ghiacciaio, oltre all’elevata radiazione UV, il nemico principale è il vento gelido, che provoca secchezza da congelamento del film lacrimale e iperlacrimazione riflessa: l’attrezzatura ideale è una maschera da sci avvolgente con lenti di Categoria 4, a filtro UV 100%, dotata di prese d’aria anti-appannamento. Nelle immersioni subacquee, l’aumento della pressione idrostatica durante la discesa richiede una corretta compensazione del volume d’aria all’interno della maschera, immettendo aria dal naso: la mancata compensazione può causare il cosiddetto barotrauma oculare, o “effetto ventosa”, con la rottura dei capillari congiuntivali e traumi o emorragie sottocongiuntivali che sono comunque, quasi sempre, benigni. Nel trekking e nell’arrampicata, infine, durante gli sforzi e la sudorazione è importante evitare fasce o cappelli che spingano il sudore salato negli occhi, e se si usano occhiali sportivi è meglio preferire lenti fotocromatiche, capaci di adattarsi al passaggio continuo tra zone d’ombra e tratti esposti al sole.

Un discorso a parte merita la fotocheratite, comunemente nota come “cecità da neve”: è una vera e propria ustione attinica della superficie oculare, in particolare dell’epitelio corneale e della congiuntiva, provocata dall’esposizione incontrollata ai raggi UVB. Nei contesti innevati il rischio è altissimo, perché la neve fresca riflette fino all’80-85% dei raggi UV, creando un effetto specchio che moltiplica la radiazione ricevuta.

Cosa dovrebbe sempre contenere il “kit da viaggio” per gli occhi?

Prevenire le emergenze oculari in viaggio è soprattutto una questione di organizzazione. Un piccolo imprevisto alla vista può rovinare una vacanza, soprattutto nei Paesi dove reperire farmaci specifici o consultare uno specialista è complesso e costoso. Per non farsi cogliere impreparati — specialmente in mete prive di un sistema sanitario capillare, o durante traversate lunghe — la valigia del viaggiatore responsabile dovrebbe includere una piccola “farmacia per gli occhi”.

Non dovrebbero mai mancare i sostituti lacrimali monodose, senza conservanti, a base di acido ialuronico o trealosio, essenziali contro la secchezza da aereo, vento o aria condizionata, insieme a salviette oculari sterili monouso, utili per la detersione quotidiana delle palpebre o per rimuovere delicatamente secrezioni, polvere e sabbia prima di qualsiasi instillazione. È utile anche una soluzione fisiologica sterile in flaconcini monodose, da usare come lavaggio d’emergenza in caso di contatto con corpi estranei o sostanze irritanti, così come un collirio o gel oftalmico riepitelizzante e lenitivo, a base di D-Pantenolo, aminoacidi o acido ialuronico ad alto peso molecolare, che accelera la guarigione di piccole abrasioni o irritazioni da sole e vento. Può tornare utile anche un collirio antisettico a largo spettro, da usare però solo su consiglio medico, per la prevenzione o il primo trattamento di forme irritative lievi in attesa di un consulto. Chi segue una terapia cronica, infine — colliri per il glaucoma, antistaminici per allergie oculari — dovrebbe portarne una scorta sufficiente a coprire l’intera vacanza, con un margine di riserva di almeno una settimana.

E se si smarriscono occhiali o lenti lontano da casa?

Smarrire gli occhiali da vista, rompere una montatura o finire le lenti a contatto lontano da casa è un inconveniente più frequente di quanto si pensi. Per evitare di dover interrompere il viaggio, o di farsi fare occhiali “alla cieca” in un centro ottico straniero, è fondamentale portare con sé alcuni documenti.

Il primo è la scheda di rifrazione, cioè la prescrizione degli occhiali, stampata o salvata in PDF sullo smartphone, con i parametri correttivi esatti — sfera, cilindro, asse, distanza interpupillare. Per chi porta le lenti a contatto, basta una foto della confezione, che riporta marca, raggio di curvatura, diametro e potere diottrico. Chi ha glaucoma, trapianti di cornea recenti o malattie retiniche dovrebbe inoltre portare con sé un certificato o una lettera dell’oculista, in inglese, che attesti la patologia, i farmaci in uso — indicando i principi attivi, non solo i nomi commerciali — e autorizzi il trasporto di colliri e liquidi oltre i limiti standard ai controlli di sicurezza in aeroporto. Tutti questi documenti, infine, andrebbero conservati anche in copia digitale su smartphone o cloud, per poterli consultare anche senza connessione internet.

Qual è l’errore più comune che vede fare ai viaggiatori?

Come oculista, l’errore che riscontro più spesso nei pazienti al rientro dalle vacanze è l’automedicazione sconsiderata con colliri cortisonici o antibiotici “fai-da-te”. Molti viaggiatori mettono in valigia colliri combinati — antibiotico più cortisone — avanzati da terapie precedenti, e li instillano al primo arrossamento o fastidio. Una pratica estremamente pericolosa, per tre motivi: sulla fotocheratite o sulle abrasioni da sabbia, il cortisone può rallentare la riepitelizzazione della cornea e ridurre le difese immunitarie locali; sulle infezioni erpetiche o micotiche, può addirittura causare un’esplosione dell’infezione — come nel caso della cheratite erpetica — con il rischio di ulcerazione e perforazione corneale; nelle congiuntiviti virali, infine, non ha alcun effetto terapeutico sulla causa, e rischia solo di prolungare i tempi di guarigione o provocare un picco di pressione intraoculare nei soggetti predisposti.

La regola d’oro resta una sola: se l’occhio è rosso e dolente, l’unica soluzione idratante autonoma e sicura al 100% sono le lacrime artificiali monodose. Se i sintomi non migliorano, o compare un calo della vista, è il momento di consultare un medico — non di affidarsi a colliri medicati a caso

Testo di redazione | Riproduzione riservata ©www.ClassTravel.it

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