Lasciare NY

 (da La mente irretita, Manni, 2008)

 

 

E adesso passerà chissà quanto

tempo. Non so neppure se torneremo

ancora a passeggiare là dove il ragazzo

nero ha fatto centro nel bidone con la sua

bottiglia di plastica accartocciata

e intorno a sé ha lasciato

giravolte insolenti e sorrisi e la sfrontatezza

che lo faceva giocare

a basket sulla strada. Era la strada dove

abbiamo comprato gli ultimi souvenir – l’Ottava

avenue, credo – e alle nove

di mattina cominciava il suo rimescolio che fino

alla sera non si sarebbe spento e anzi

neon e colori di insegne l’avrebbero

fatta vivere ancora; e noi ce ne stavamo bighelloni

 davanti ai negozi a buon prezzo di piccole

svendite con gli ultimi dollari in tasca e monete

di nichel e di rame. È stato il sole negli occhi

che ci ha fatto perdere

di vista all’improvviso il ragazzo con l’indice

puntato al cielo mentre ancora

qualcuno festeggiava il suo centro con il pugno

alzato e la strada era in quel tratto diventata

un campo di passanti un po’ tutti g

iocatori di basket o tifosi oppure

semplicemente allegri. Altri saluti

 non abbiamo dato e avuto prima di imboccare

 la Dodicesima e poi Washington Bridge

 fino alla Ottanta nord

e poi ancora via senza fissare

appuntamenti per nuovi

incontri, senza avere segnato sul diario – almeno

 della mente – un’attesa, un ritorno e passerà

 chissà quanto tempo prima di attraversare

di nuovo quella strada – l’Ottava

 avenue, credo – e di vedere

vivere la città per così lunghi giorni

di giugno e così sconosciute vite e quel ragazzo

 sarà un uomo e avrà inventato

altri giochi e avrà trovato altre strade e saranno

 altre le allegrie e le sfrontatezze, lo sappiamo già,

e tornare sarà farsi

perdonare un non voluto tradimento.

 

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