Bergen (foto Anna Maria De Luca)

E’ possibile abusare dell’intelligenza e della bellezza? E’ possibile falsificare l’idea stessa e il valore del viaggio che nella cultura e nella vita,  dobbiamo compiere tutti, prima o poi, con i nostri mezzi e con la nostra sensibilità? E’ possibile stuprare un bel paesaggio, un’opera d’arte? Certo che è possibile. Succede ogni giorno. E in fondo, forse, lo facciamo tutti. Qualcuno di più. Per mestiere, per tornaconto, per comprare consenso. Soprattutto per “vendere” qualcosa. Lo fanno, benissimo, dal loro punto di vista, ad esempio, i pubblicitari che si impossessano di un sublime giro armonico, di un verso immortale, di una citazione, di un brano di scrittura nobile, per allentarti un prodottino di consumo di cui prima non sentivi il bisogno. Lo fanno quando usano Haendel per reclamizzare un’utilitaria a basso costo o Bizet per rendere più seducente un detersivo per i pavimenti, o il “Libertango” dell’immortale Piazzolla per convincerti a tracannare un liquore nazionale. Forse perché si rendono conto pure loro che altrimenti, senza il sostegno emotivo di queste elevate protesi artistiche, così com’è, tutta questa roba che si deve vendere è spesso inutile, talvolta dannosa e non di rado ripugnante. Lo stesso abuso lo commettono, spesso e in totale malafede, anche i politici e i politicanti. Quando citano a cazzo un economista o un filosofo, un artista, un narratore, un poeta, per arruolarlo a sua insaputa dalla loro parte. E’ quello che ha fatto qualche anno fa il non rimpianto segretario dell’Udeur Clemente Mastella. Quando ha osato leggere una poesia come testo della dichiarazione di sfiducia al governo Prodi. Per l’eterogenesi dei fini che governa sovrana la politica del nostro paese, il ridicolo ebbe la meglio sulla solenne circostanza istituzionale. Mastella si voleva sparare la posa, ma alla fine fece un figura degna della di lui fama. “A Morte Devagar” l’ignorantone la attribuì a Pablo Neruda, l’autore, comunista, del “Canto General”. Ma stuprando quella poesia in Parlamento col suo schiamazzo gorgogliante Mastellone sbagliò, la citazione e l’autore. A scrivere quella poesia piena di passione e di dignità, tirata in ballo a sproposito per suffragare liricamente il suo misero ribaltone, era stata invece Martha Medeiros, poetessa brasiliana, che subì, incolpevole e ignara di quanto accadeva. La stessa cosa succede giorno davanti ai nostri occhi distratti e alle nostre orecchie intorpidite dalla fungibile visione dei palinsesti della Tv, commerciale o di servizio pubblico è indifferente. Quando utilizza brani celebri e citazioni artistiche per accompagnare a sproposito le mostruosità spettacolarizzate a uso e consumo dei guardoni e fruitori di tragedie ricostruite con dubbia moralità dalle pseudoredazioni che alimentano il pastone dei programmi di approfondimento e della crime television nostrana. Quando montano sotto uno sfessatissimo e morboso servizio sull’ultimo delitto che passa dal tritacarne umano di “Quarto grado” o de “La vita in diretta” la bellissima colonna sonora de “Il tè nel deserto” (Premio Oscar per Ryuichi Sakamoto) di Bernardo Bertolucci, ridotta ormai a tappetino risonante per strazi domestici, gatti e cani abbandonati, riassuntini strappapalle di comunissimi fallimenti umani, sputtanata come sfondo degli rvm sui letti coniugali violati dalle corna dei vip o come inno dei casi di coscienza pelosa che finiscono davanti all’inappellabile tribunale di Maria de Filippi o i tra i figuranti blaterologi dell’immancabile salotto di Vespa. Ma dato che il mondo è mediamente sempre più ignorante e colpevolemente plurimo, già più di una volta è stata proprio la strumentalizzazione forzata e lo stupro toccato in sorte a queste profanate bellezze che ne ha fatto involontariamente scoprire (se non ri-scoprire) l’equivoco originario da cui discendono. L’esproprio patito dal fragile riconoscimento umano per il ingegno della creazione artistica riconduce sempre prima o poi alla fonte primaria dell’intelligenza, alla bellezza originaria e al suo autore. A patto che però qualcuno se ne accorga per tempo e rimetta in ordine le cose. A me qualcosa d simile è accaduto di recente con i miei studenti. Ho fatto vedere loro per le mie lezioni di Antropologia Culturale ed Etnologia una serie di film sul tema viaggio e della scoperta di sé che ogni viaggio vero implica. Tra questo c’era pure “Il Tè nel deserto” di Bernardo Bertolucci. Nessuno di questi ventenni, ragazzi e ragazze, massicci consumatori di talk show-spazzatura, ubriachi di video musicali di Mtv e reality come X factor, conosceva il film Premio Oscar del 1990, interpretato da Debra Winger e John Malkovich, e men che meno il magnifico e dolente romanzo di viaggio di Paul Bowles da cui l’opera cinematografica di Bertolucci è tratta. Insomma, un doppio capolavoro, doppiamente ignorato da una intera generazione di giovani teledipendenti. La visione in aula procedeva senza scosse, in un’atmosfera lievemente stranita. A un certo punto il miracolo: “ma questa musica la conosco, è di una pubblicità!”, “no, la mettono quando sparisce qualcuno e lo cercano a “Chi l’ha visto!”, “ma sì l’ho sentita pure io, a un servizio sulla mamma di Balotelli, e pure al programma di Polimeni a Telespazio Calabria”, “no è di un balletto che hanno fatto ad Amici”. Era partito lo scampolo più famoso e citato della colonna sonora di Sakamoto, che risuonava della segreta poesia che è presente in ogni confessione tra i protagonisti, una coppia di giovani artisti innamorati e in crisi, persi nel deserto, al culmine tragico della loro storia di amore e di morte. Ho spiegato le cose ai miei ragazzi. L’equivoco se rettificato nulla toglie alla bellezza dell’originale. Anzi, la fa scoprire agli ignari e la rimette al posto che le spetta, oltre il misfatto di cui la fonte è stata fatta strumentalmente vittima. Adesso lo sanno i miei studenti, prima del loro prossimo esame di Antropologia Culturale. La bellezza, specie quella che regalano i viaggi veri come quelli dell’arte e della letteratura, è uno dei pochi rifugi che restano a chi lotta per la libertà, per la giustizia, per conservare per la propria vita il desiderio di conoscenza e l’eticità delle nostre azioni. Imparare a riconoscerla la bellezza, ovunque si trovi, è una di quelle verità che fanno battere il cuore e che ristorano ancora la speranza. La bellezza è sempre al suo posto, ha scritto il poeta René Char, anche quando è lontana, “quando si trova nel cuore di chi non ha mai cessato di volerla, di sognarla, e l’ha ottenuta contro ogni crimine”.  Anche se adesso te la infilano nella pubblicità degli amari, te la ritrovi confusa nelle trivialità dei viaggi organizzati, o peggio nascosta tra le menzogne dei politici.

 Mauro F. Minervino

http://www.youtube.com/watch?v=PnRKWriyu-4&feature=player_detailpage

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