Da Anna Maria De Luca

Un viaggio straordinario, ai confini dell’Europa, tra il bianco delle nevi e il rosa del cielo, tra bunker sotterranei, hotel di ghiaccio, fino a Capo Nord e poi ancora oltre, fino al limite tra Norvegia e Russia, dove termina l’area Shengen. Un viaggio insolito in inverno, affascinante e unico. Emozioni che permettono di sopportare anche i meno quarantuno gradi, sotto cieli illuminati dall’aurora boreale.

Partiamo dalla capitale artica, Tromso. Per raggiungerla dall’Italia, due voli con scalo a Copenaghen e a Oslo. A Tromso, porta del Mar Artico, vi consigliamo di imbarcarvi sul Postale dei Fiordi, la Hurtigrute che collega via mare Bergen e Kirkenes. E’sicuramente il mezzo migliore per visitare la Norvegia settentrionale in pieno inverno. La chiamano “strada statale norvegese n1” perché collega trenta località costiere in sei giorni, una sorta di “metro” del mare. Collegare in inverno i paesi di pescatori norvegesi sembrava un’impresa impossibile. Ci riuscì, nel 1893, Richard With: dal 2 lugllio di quell’anno la storica Hurtigrute  collega in tutte le stagioni i paesi dei fiordi portando merci e persone. E’ormai una sorta di istituzione ed è una vera emozione salirci a bordo, mentre il ghiaccio nel imbianca lo scafo e le pareti. A bordo, è possibile anche fare un idromassaggio all’aperto, in piena navigazione tra i fiordi. Per scoprirne la sua romantica ma anche funzionale storia vi consigliamo di visitare il museo che la racconta: l’HurtigruteMuseet che si trova a Stokmarknes, nelle isole Vesteralen.

Prima di imbarcarvi per questa meravigliosa avventura vi consigliamo di non rinunciare ad un giro in città, alla scoperta di Tromso. Due i musei da non perdere: il Polar Museet, che si trova nel centro storico e racconta le imprese polari, e il Nordnorsk Kunstmuseum, il Museo dell’Arte del Nord della Norvegia. Tra l’uno e l’altro, fate un salto nella birreria più settentrionale del mondo per assaggiare una specialità, la birra Mackol con uova di gabbiano. Se avete tempo, un giro nel giardino botanico più settentrionale del mondo, all’esplorazione delle specie artiche e alpine, è un’esperienza da fare. A proposito di natura, Tromso è famosa anche per la sa università specializzata nella ricerca di biologia marina, nei corsi di lingua sami e di pesca. Altro consiglio: una escursione con gli asky, dal porto di Tromso ci sono dei pullman che portano al

Imbarcandovi sulla Hurtigrut si prende la rotta verso nord,  fin dove ha senso arrivare. Riparati ad ovest dalle grandi isole di Ringvassoy, Reinoy, Vanna e Arnoy, si naviga tra panorami meravigliosi con, ad est, le vette appuntite delle Alpi di Lyng. Una volta superata l’isola di Karlsoy, un grande spettacolo si innalza dalle acque: la montagna di Lyngustuva, tra i fiordi di Ullsfjorden e Lyngenfjorden. Cena in nave a base di pesci pescati un attimo prima – i granchi ancora si muovono sul ponte della nave – e poi una bella dormita, tra un richiamo e l’altro. Quale richiamo? Quando arriva l’aurora boreale – è questa la prima ragione per cui molti affrontano il freddo per viaggiare in inverno in questi paradisi – la Hurtigruten avvisa i suoi passeggeri con un suono particolare. In piena notte, per non svegliare tutti, l’annuncio è solo video attraverso i monitor delle tv posizionate nelle cabine quindi conviene dormire vestiti e pronti a scattare a caccia di aurore boreali, sperando di rubare un attimo di sogno nel buio della notte. Vederla dalla  nave, circondari dall’acqua, nel silenzio di paesaggi innevati e davvero un’esperienza straordinaria per la quale val la pena affrontare un po’ di freddo. Fotografarla non è certo facile e per questo molti viaggiatori si appostano per ore, con i loro cavalletti, sul ponte della nave, sperando di cogliere qualche scatto fenomenale. La Giver, che organizza dall’Italia i viaggi sulla Hurtigrute, ha confezionato una destinazione ad hoc che si chiama appunto “cacciatori di aurore boreali”. Cascate di fasci luminosi sorgono all’improvviso nel cielo, si spostano, scompaiono e ricompaiono: è l’ingresso nell’atmosfera di particelle solari con cariche elettriche  cariche di energie. A Tromso esiste un Osservatorio dell’Aurora Boreale, costruito nel 1928 con i fondi della Fondazione Rockefeller.

Il giorno seguente ci si sveglia ad Honnisvag, il capoluogo di Capo Nord, uno dei principali porti per la pesca. Si scende dalla nave e si prende il pullman per raggiungere quello che è il sogno di molti viaggiatori (in particolare, di molti motociclisti): Capo Nord, 307 metri a picco sul mare. Seguendo i 34 chilometri della Strada di Capo Nord e passando il 71°grado di latitudine, il panorama diventa una fiaba. Colori del genere possono essere paragonati solo ad alcuni rari paesaggi di nuvole visibili in volo, dal finestrino di un aereo. Sembra davvero incredibile possano esistere anche in terra. Siamo al 71°10°21°a nord dell’Equatore, a 2.080 chilometri dal Polo Nord. Un tempo, quando ancora non esisteva la strada, ci si arrivava a piedi da Hornvika, salendo 1008 gradini. Perché si chiama Capo Nord? Fu un navigatore inglese, Richard Chancellor a battezzarlo cosi mentre cercava, nel 1553, il passaggio a nord est per arrivare in India circumnavigando la Siberia. Nel 1664 l’italiano Negri scrisse: “Mi trovo qui a Capo Nord, alla punta estrema del Finnmark, alla fine del mondo. Qui dove finisce il mondo, termina anche la mia curiosità e me ne torno soddisfatto a casa”. Noi invece andiamo ancora oltre, verso est, fino al confine russo.

Sbarchiamo dunque a Kirkenes, il cuore del confine, la città alla foce del fiume Pasvikelva. Kirkenes si trova tra il fuso orario di Helsinki e quello di Mosca e si è sviluppata attorno all’attività mineraria. Nel porto, che si trova in fondo al fiordo, l’acqua gela perché non è toccato dalla Corrente del Golfo. Da vedere assolutamente l’Andersgrotta, il rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale, scavato sotto terra. All’ingresso, la differenza di temperatura con l’esterno crea una nebbia surreale. La guerra qui è stata davvero terribile. Hitler diede l’ordine al comandante in capo, il generale austriaco Lothar Rendulic, di distruggere tutto ciò che si trovava nella Norvegia settentrionale. L’esercito tedesco sul fronte artico era in ritirata, ogni casa da Lyngen al confine ad est di Kirkenes fu incendiata e la popolazione fu deportata, tanto che per vedere case di epoca precedente bisogna per forza andare verso sud. Da vedere anche il Varanger Museum, con la mostra permanente sulla guerra Se siete davvero coraggiosi nell’affrontare il freddo, non potete non arrivare al confine russo di Storskog e approfittarne per scattare una foto sotto il cartello che indica la fine dell’area Shengen. Qui davvero è finita l’Europa. Prima di ripartire non potete non vedere l’hotel di ghiaccio. Si chiama Snowhotel e si trova a Kirkenes (tel 0047 91849481). E’il posto più caldo ( solo meno 4 gradi) in cui possiate stare tra i ghiacci. Per dormire nel letto di ghiaccio serve un sacco a pelo speciale che forniscono nella hall. Prima di entrare nell’hotel, un aperitivo davanti ad un grande camino: ognuno infilza una salsiccia con un corno di renna, la cuoce direttamente sul fuoco. Ecco, ora si che siete pronti per una notte in un letto di ghiaccio. Al risveglio, colazione al bar – sempre di ghiaccio. Tranquilli, sui sedili ci sono pellicce per riscaldarvi. Attenzione: anche la cameriera è di ghiaccio. E’una delle opere d’arte scolpite lungo i corridoio dell’hotel. Non avvicinatevi troppo…per scaldarvi accontentatevi di un Husky Bomb (cioccolato caldo, cognac e crema) o di una birra Artict. Per la cena, lasciatevi consigliare dallo chef David Rurabec.

(Pubblicato su www.repubblica.it)

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