Care lettrici, eccoci alla seconda parte della nostra intervista con il Prof. Calogero Caruso, uno dei massimi esperti mondiali di longevità. Medico, ricercatore e Professore Emerito di Patologia Generale presso l’ Università degli Studi di Palermo e membro di I.S.A. Italian Scientists Association, Caruso ci fa l’onore di dialogare con noi sui meccanismi della logevità, in modo tale che chi ci legge possa trarre le proprie conclusioni e decidere di migliorare il proprio stile di vita. Il professore Caruso studia da sempre i meccanismi che hanno portato gli ultracentenari ed i supercentenari a raggiungere un’età cosi straordinaria, ha al suo attivo centinaia di pubblicazioni scientifiche ad alto impatto (con un alto indice H) ed è fondatore e direttore della rivista scientifica Immunity & Aging.

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Professore, riprendiamo la nostra conversazione. Lei ci ha raccontato di Caltabellotta, dove è vissuto Turturici, un piccolo centro in provincia di Agrigento. Pensa che borghi come questo, spesso mete di un turismo lento e autentico, custodiscano ancora oggi uno stile di vita che favorisce la longevità? ⁠

Consiglierei un viaggio lontano dai circuiti più veloci e affollati, attraverso i borghi delle Madonie, dei Nebrodi, dei Sicani. Non sarebbe semplicemente un itinerario turistico, ma un’immersione in uno stile di vita che riunisce molti degli elementi emersi dallo studio dei centenari siciliani.
Una tappa particolarmente significativa potrebbe essere Caltabellotta, il borgo agrigentino legato alla vita di Antonino Turturici e oggi interessante anche come area emergente per lo studio della longevità. Il paese conserva alcune caratteristiche potenzialmente favorevoli a un invecchiamento sano: un ambiente poco congestionato, il contatto quotidiano con la natura, la possibilità di muoversi a piedi, un’alimentazione legata al territorio e una rete di rapporti umani relativamente immediata.

Cosa consiglia di fare in viaggio?
Le giornate dovrebbero comprendere camminate nella natura, ritmi meno frenetici e permanenze abbastanza lunghe da consentire un vero incontro con i luoghi. Aggiungerei esperienze capaci di favorire le relazioni umane: incontrare gli abitanti, ascoltare le storie degli anziani, partecipare alla vita del borgo e riscoprire il valore della convivialità. Il turismo lento può valorizzare questi aspetti perché invita a conoscere la storia e l’identità di un luogo, senza limitarsi a consumarlo rapidamente.

La dieta mediterranea tradizionale ricorre spesso nei suoi studi sui centenari siciliani. Cosa consiglierebbe a un viaggiatore che visita la Sicilia per assaporarla davvero, andando oltre i cliché turistici?
Un posto centrale in questo viaggio spetterebbe naturalmente alla dieta mediterranea. Bisogna però evitare di identificarla con una successione di piatti famosi. Arancine, cannoli, cassate e granite appartengono certamente alla cultura gastronomica siciliana, ma non rappresentano il modello alimentare tradizionale associato alla salute e alla longevità. La vera dieta mediterranea è soprattutto un modo di scegliere, preparare e consumare il cibo.
I nostri studi mostrano, peraltro, un dato interessante: l’alimentazione delle persone longeve siciliane non sempre corrisponde perfettamente alla dieta mediterranea così come viene definita oggi. Rimane però prevalentemente vegetale, ricca di frutta, verdura, legumi e olio extravergine d’oliva, con quantità moderate di alimenti di origine animale e un consumo contenuto di carne rossa. È inoltre caratterizzata da porzioni non eccessive, pasti regolari e scarso ricorso agli alimenti industriali. Nel complesso, questo modello può contribuire al controllo dell’infiammazione cronica associata all’invecchiamento.

Che alimentazione hanno mantenito gli attuali centenari?
Molti degli attuali centenari hanno mangiato in questo modo soprattutto durante l’infanzia e la giovinezza, quando il cibo era meno abbondante e le possibilità di scelta dipendevano dalla stagione e da ciò che il territorio produceva. Non si trattava di una restrizione calorica programmata: si mangiava quanto bastava, ma raramente in eccesso. Gli alimenti percorrevano pochi chilometri e arrivavano in tavola nel momento naturale della loro maturazione.

Per conoscere davvero questa tradizione, suggerirei quindi di lasciare almeno per qualche giorno i ristoranti delle grandi città e frequentare le piccole trattorie dei borghi, gli agriturismi e i mercati locali. Bisognerebbe chiedere quali verdure e quali legumi siano di stagione e scegliere zuppe contadine, pasta con gli ortaggi, pane integrale, pesce locale, olive, formaggi consumati con moderazione e frutta del territorio. Anche il dolce può trovare posto, purché rimanga un piacere occasionale e non diventi il centro di ogni pasto.

Si parla tanto di dieta mediterranea, ma come dobbiamo intenderla?

La dieta mediterranea non riguarda soltanto i nutrienti. Comprende anche il tempo dedicato al pasto, la regolarità degli orari, la convivialità e la capacità di fermarsi prima dell’eccesso. Mangiare lentamente e insieme agli altri fa parte di questa cultura tanto quanto l’olio extravergine d’oliva o i legumi. Non esiste un singolo “cibo della longevità”: è l’equilibrio complessivo, mantenuto nel tempo, a fare la differenza.

Questo patrimonio, tuttavia, non è garantito per sempre. Negli ultimi decenni, anche in Sicilia sono aumentati il consumo di carne, grassi, zuccheri e prodotti ultraprocessati, mentre è diminuito quello di cereali integrali e verdure, soprattutto fra i giovani. Chi vuole assaporare la dieta mediterranea autentica deve quindi cercarla nei luoghi in cui sopravvive ancora la cucina quotidiana, non soltanto quella costruita per il turismo.

Allo stesso modo, non dobbiamo idealizzare la vita nei piccoli centri. Come molte aree interne italiane, anche Caltabellotta attraversa una fase di forte spopolamento, legata soprattutto alla partenza dei giovani verso il Nord o verso le grandi città in cerca di lavoro. Quando le nuove generazioni se ne vanno, si indeboliscono le famiglie, diminuiscono i servizi e aumenta il rischio di isolamento degli anziani. In queste condizioni, vivere in un borgo non rappresenta automaticamente un vantaggio per la salute.
La vera sfida è modernizzare senza snaturare. Occorre dotare questi centri di collegamenti efficienti, infrastrutture digitali e opportunità di lavoro, preservando nello stesso tempo il paesaggio, le tradizioni e le relazioni comunitarie. Caltabellotta è un luogo incantevole, con un patrimonio naturale, storico e umano straordinario: conservarlo non significa trasformarlo in un’immagine immobile del passato, ma renderlo adatto alla vita contemporanea.

Come funziona la medicina della longevità?

La medicina della longevità è innanzitutto medicina preventiva: non promette di arrestare l’invecchiamento, ma cerca di evitare, o almeno ritardare, la comparsa delle malattie correlate all’età e di conservare più a lungo autonomia e qualità della vita.

Se collegati a competenze mediche e scientifiche adeguate, Caltabellotta e altri borghi siciliani potrebbero diventare non soltanto mete di turismo autentico, ma laboratori contemporanei di prevenzione e benessere, capaci di acquisire una visibilità internazionale.
Più che un “viaggio che allunga la vita”, parlerei dunque di un viaggio che insegna a vivere in modo più favorevole alla salute: rallentare, camminare, mangiare con equilibrio, coltivare le relazioni e recuperare un rapporto quotidiano con la natura. È forse questa la lezione più concreta che i centenari siciliani possono offrire ai viaggiatori.

Molti dei centenari che avete studiato hanno attraversato sia la pandemia di influenza spagnola del 1918 sia il COVID-19. Secondo lei, vivere eventi storici di questa portata lascia un’impronta anche sul modo in cui queste persone hanno vissuto — e forse anche viaggiato — nel resto della loro vita?

Vivere due pandemie separate da oltre un secolo è qualcosa di eccezionale. Bisogna però precisare che molti di questi centenari erano neonati o bambini durante l’influenza spagnola e non potevano conservarne un ricordo personale. Alcuni possono essere stati esposti addirittura prima della nascita, attraverso l’infezione materna o le difficili condizioni ambientali e nutrizionali del periodo.
Oggi sappiamo che la salute dell’adulto non dipende soltanto dal patrimonio genetico e dallo stile di vita adottato negli anni successivi. Anche l’ambiente nel quale si sviluppa il feto può lasciare un’impronta biologica duratura. È il principio delle “origini precoci della salute e della malattia”, dimostrato in modo esemplare dagli studi sulla carestia olandese del 1944–1945. Le persone esposte alla fame durante la vita intrauterina presentarono, decenni dopo, un rischio diverso di obesità, alterazioni metaboliche, malattie cardiovascolari e declino cognitivo, anche in rapporto alla fase della gravidanza nella quale era avvenuta l’esposizione.

Un fenomeno simile è stato ipotizzato per l’influenza spagnola. Studi condotti negli Stati Uniti hanno associato l’esposizione prenatale alla pandemia del 1918 a un maggiore rischio cardiovascolare nella vita adulta, soprattutto negli uomini. Ciò non significa che l’influenza materna determini inevitabilmente una malattia futura, ma suggerisce che infezioni, malnutrizione e stress durante la gravidanza possano contribuire a orientare alcune traiettorie di salute. Anche la stagione di nascita può offrire informazioni interessanti.

Può spiegarci meglio?

Non è il mese in sé a determinare la longevità: esso può rappresentare un indicatore indiretto delle condizioni incontrate durante la gravidanza e nei primi mesi di vita, come disponibilità di alimenti, temperatura, infezioni, condizioni sociali e ambiente rurale o urbano. Studi condotti sui semi-supercentenari belgi hanno osservato una maggiore presenza di persone nate in autunno e in primavera, mentre in altre popolazioni è emerso soprattutto un vantaggio per le nascite autunnali. Non esiste quindi una “stagione della longevità” universale: conta il contesto storico e ambientale.
Queste esposizioni costituiscono quello che possiamo definire “esposoma fetale e infantile”. Possono lasciare tracce nel metabolismo, nel sistema immunitario e nell’epigenoma, cioè nei meccanismi che regolano l’attività dei geni senza modificare la sequenza del DNA.

Persino grandi crisi economiche e sociali, come la Grande Depressione, sono state associate a firme epigenetiche rilevabili molti decenni dopo nelle persone che vi erano state esposte durante la vita intrauterina.
A questa memoria biologica precoce si aggiunge l’“immunobiografia”.

Cosa si intende per immunobiografia?

La storia degli incontri del sistema immunitario con infezioni, vaccinazioni e altri stimoli nel corso della vita. Nei centenari siciliani che abbiamo studiato abbiamo riscontrato livelli di anticorpi neutralizzanti contro il virus H1N1 del 1918 quasi cinquanta volte superiori a quelli osservati in un gruppo di persone di circa settant’anni. È una testimonianza straordinaria della capacità del sistema immunitario di conservare per moltissimo tempo tracce delle esperienze passate.

I centenari che avete incontrato come hanno vissuto il Covid?

Abbiamo identificato otto centenari che avevano contratto il SARS-CoV-2. Tre avevano tra 109 e 110 anni, eppure presentarono un’infezione asintomatica o lieve e nessuno ebbe bisogno del ricovero. I centenari infettati o vaccinati svilupparono anche titoli elevati di anticorpi neutralizzanti, dimostrando che un sistema immunitario estremamente anziano può ancora produrre una risposta efficace.

Significa che, avendo superato la spagnola, erano più forti anche per il Covid?
Non possiamo concludere che l’esposizione alla spagnola li abbia protetti direttamente dal COVID-19. È possibile che l’incontro precoce con il virus influenzale abbia contribuito a costruire una particolare memoria immunitaria; ma è anche possibile che la pandemia abbia esercitato una pressione selettiva, favorendo la sopravvivenza di individui biologicamente più resistenti. I nostri risultati rendono plausibili queste ipotesi, ma non dimostrano un rapporto di causa ed effetto. La loro apparente resistenza al COVID-19 sembra dipendere dalla capacità di controllare la risposta immunitaria e impedirle di diventare dannosa. Potrebbero quindi possedere un equilibrio particolarmente favorevole tra difesa contro il virus e regolazione dell’infiammazione.

Sul piano psicologico e sociale, l’esperienza della spagnola può essere stata trasmessa attraverso i racconti familiari, influenzando il rapporto con la malattia, il rischio e l’incertezza. Successivamente, queste persone hanno attraversato un’altra guerra e profonde trasformazioni sociali. Quindi, chi è arrivato a un’età estrema ha certamente dimostrato una notevole capacità di riorganizzare la propria vita dopo molte crisi. È plausibile che questa esperienza abbia influenzato anche il modo di affrontare gli spostamenti e i viaggi, favorendo prudenza, adattabilità agli imprevisti, attenzione alle risorse e una consapevolezza più concreta della fragilità della vita. Non disponiamo però di dati che permettano di stabilire un collegamento diretto: questa rimane un’interpretazione biografica, non una conclusione scientifica.

Queste persone portavano dunque con sé diverse forme di memoria: quella delle esposizioni prenatali e infantili, quella immunitaria delle infezioni incontrate e quella umana conservata nei racconti familiari e nel modo di affrontare le difficoltà. La loro longevità non è il risultato di un solo fattore, ma di una lunga interazione tra genetica, ambiente, eventi storici e capacità di adattamento.

Può dirci qualcosa sulle esposizioni prenatali?
Il fatto che le esposizioni prenatali, l’infanzia e l’adolescenza possano lasciare conseguenze durature non significa, tuttavia, che il nostro destino biologico sia già interamente stabilito. Esiste certamente un margine per “correggere la rotta” anche durante la vita adulta e persino in età avanzata. Studi longitudinali indicano infatti che l’adozione di comportamenti salutari dopo la mezza età continua ad associarsi a una maggiore aspettativa di vita. È importante distinguere l’aspettativa di vita dalla longevità. L’aspettativa di vita è una stima statistica del numero medio di anni che una persona appartenente a una determinata popolazione può aspettarsi di vivere; la longevità riguarda invece la durata effettiva della vita individuale e, soprattutto, la possibilità di raggiungere età molto avanzate o eccezionali.

⁠Lei sottolinea che per studiare la longevità conta soprattutto la dieta dell’infanzia e dell’adolescenza. Per chi viaggia e scopre nuove cucine da adulto, c’è comunque un margine per “correggere la rotta” più tardi nella vita?
Un ampio studio condotto sui veterani statunitensi ha osservato che l’adozione, intorno ai quarant’anni, di otto comportamenti salutari era associata a una vita considerevolmente più lunga rispetto a quella di chi non ne seguiva nessuno. I comportamenti considerati comprendevano un’alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, sonno adeguato, gestione dello stress, solide relazioni sociali, astensione dal fumo e assenza di abuso di oppioidi e alcol. La differenza stimata poteva raggiungere circa 24 anni negli uomini e 21 nelle donne, ma si trattava di un’associazione osservata a livello di popolazione, non della promessa di ottenere individualmente altrettanti anni di vita. Queste stime, inoltre, non possono essere trasferite automaticamente alla popolazione italiana o europea, perché cambiano l’aspettativa di vita di partenza, le condizioni sociali, l’accesso alle cure e la diffusione dei diversi fattori di rischio. Il messaggio generale rimane però molto chiaro: cambiare abitudini può produrre benefici anche quando non si è più giovani.

Viaggiare e scoprire nuove cucine quindi può essere positivo

Per chi viaggia e scopre nuove cucine, quindi, il viaggio può diventare un’occasione per migliorare il proprio stile di vita, purché la scoperta non si traduca soltanto in eccessi occasionali. Conoscere modelli alimentari diversi, imparare a consumare più alimenti vegetali, camminare maggiormente e condividere i pasti può favorire cambiamenti destinati a continuare anche dopo il ritorno a casa. Uno stile di vita sano non garantisce di diventare centenari, perché la longevità eccezionale dipende anche dal patrimonio genetico, dalle esposizioni accumulate durante tutta la vita e da una componente inevitabile di casualità. Può però aumentare concretamente la probabilità di vivere più a lungo, ritardare molte malattie legate all’età e, soprattutto, conservare più a lungo autonomia e buona salute.

Testo di Anna Maria De Luca | Riproduzione riservata ©www.ClassTravel.it