di Anna Maria De Luca

La strada per arrivarci è stata disegnata da Bartolomeo Sestini, l’uomo che ha messo in versi la Pia dei Tolomei. Stiamo andando in un luogo magico, villa Celle.

Il proprietario, Giuliano Gori, ha dedicato la vita a fare della villa un luogo di arte. Oggi è la più grande collezione di arte ambientale d’Italia, unica al mondo. “Non ambientata ma ambientale”, ci sottolinea accogliendoci nel suo regno. L’idea nacque nel 61 ma a lui ed a sua moglie furono necessari nove anni di ricerche in tutta la Toscana per trovare un luogo adeguato ad una collezione di arte ambientale, villa Celle appunto.

“Esistono opere nate per le grandi kermesse fatte con materiali precari ma non ci risulta che ci sia una collezione di sola arte ambientale. Noi abbiamo 80 opere di cui 52 nel parco. Per ognuna delle opere nel parco sono stati necessari da un minimo di 5 – 6 mesi di realizzazione ad un massimo di due anni. Periodo necessario per capire la differenza tra arte ambientale e arte ambientata. Periodo in cui gli artisti hanno vissuto qui con noi”, ci spiega Gori.

Gori ci affida a Miranda per il giro del parco. Arrivò qui dalle States per una borsa di studio e ci rimase per sempre.

Tutto iniziò nel 1982, quando Gori chiamò dieci artisti per proporre loro di creare nel parco, immaginando che almeno due avrebbero accettato. Invece accettarono tutti e dieci e così, il 12 giugno, furono inaugurate a Celle le prime dieci opere nel parco, realizzate da Alice Aycock, Dani Karavan, Fausto Melotti, Robert Morris, Dennis Oppenheim, Anne e Patrick Poirier, Ulrich Ruckriem, Richard Serra, Mauro Staccioli e George Trakas. Alte otto opere sono state realizzate all’interno degli edifici storici da Nicola De Maria, Luciano Fabro, Mimmo Paladino, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gianni Ruffi, Aldo Spoldi e Gilberto Zorio.

L’ultima opera è la serra dei poeti fatta da Sandro Veronesi, noto più come scrittore che come artista. Veronesi è un architetto ma non ha mai esercitato prima di venire qui, ha preferito dedicarsi alla letteratura. È una opera prima, monumento in acciaio inox e vetro dedicato alla Poesia, intesa essa stessa come simbolo universale della “resistenza per forma”.

Ci si arriva seguendo quattro filari convergenti di cipressi disposti dal paesaggista-musicista Andrea Mati per suggerire al visitatore il percorso da compiere verso il punto “focale” dell’opera: la Serra di Veronesi, ispirata al parabolide iperbolico, mito ingegneristico del secolo scorso ed espressione plastica del concetto fisico di “resistenza per forma”.

Ognuno dei trenta cipressi è dedicato a un poeta della tradizione italiana, così potente nei secoli da poter simboleggiare la poesia tutta. Andrea Mati seleziona all’interno della Serra il semenzaio nel quale sono presenti le essenze più amate e celebrate dai singoli poeti a cui l’opera è dedicata.

L’opera di Veronesi ricongiunge in modo circolare l’incontro con Bartolomeo Sestini, poeta e patriota che fu anche egli architetto una sola volta, per la Voliera che è la prima opera che si incontra nel percorso di arte ambientale nel parco di Celle.  Entrambi scrittori spinti da propri padri, ingegnere quello di Veronesi e geometra quello di Sestini, a studiare architettura, a qualche secolo di distanza (Sestini nacque nel 1792). Entrambi hanno seguito le proprie passioni diventando grandi scrittori. Entrambi, Sestini e Veronesi, sono stati architetti solo per una volta, in questo parco.

La magia di questo luogo infatti è non solo nell’aver riportato in vita il mecenatismo ma anche nell’aver spinto gli artisti ad andare oltre i propri limiti realizzando appunto opere prime o usando per la prima volta materiali che hanno poi segnato una nuova rotta nel loro futuro artistico. In memoria di Pina Gori che si prendeva cura degli artisti nel loro soggiorno creativo a villa Celle, l’opera “Per quelli che volano”: una panchina sul tetto vicino alla residenza della famiglia e alla terrazza da cui Pina amava spesso ammirare il tramonto. Allestita per la prima volta, in forma parziale, alla Biennale Internazionale della Scultura di Carrara del 2010, l’opera di Luigi Mainolfi ricorda la stima e l’affetto che gli artisti hanno sempre nutrito per lei e, al tempo stesso, ne evoca lo spirito e la presenza.

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