Roma, Teatro Argentina. Fuori il traffico prenatalizio del centro di Roma, dentro il silenzio prima che il sipario si alzi. Siamo venuti a vedere “Sabato, domenica e lunedì” di Eduardo De Filippo e già sappiamo che non sarà soltanto teatro. Perché Eduardo non faceva teatro: faceva vita. E la vita, quella vera, si nasconde sempre nelle piccole cose – un ragù che bolle, una tavola apparecchiata, le parole non dette che pesano più di quelle urlate.

Vent’anni questo spettacolo è rimasto lontano dalle scene italiane. Vent’anni. Il tempo di una generazione. E forse è giusto così, perché certe opere hanno bisogno di sedimentare, di aspettare il momento giusto per tornare a parlare. Come i vecchi saggi, non ti dicono tutto subito, aspettano che tu sia pronto ad ascoltare.
La semplicità come scelta coraggiosa
Luca De Fusco ha diretto questo allestimento con un coraggio che oggi è raro: il coraggio della semplicità. In un’epoca in cui tutti cercano di stupire, di sovvertire, di urlare più forte, lui ha scelto il sussurro. Ha scelto di ascoltare Eduardo invece di parlargli sopra. Mi è venuto in mente un monaco che mi disse una volta: “Il maestro non ha bisogno di ornamenti. La verità è già abbastanza bella così.”
E De Fusco, che aveva già portato questa commedia al Teatro Vachtangov di Mosca nel 2018, ha capito che Eduardo va trattato come Goldoni, come i classici che non invecchiano: con rispetto, con umiltà. Non come un museo da visitare in fretta, ma come una casa in cui tornare ad abitare. Dal punto di vista della scrittura scenica De Fusco maneggia la materia eduardiana come un regista – interprete, senza spostare alcuna nota della partitura, piuttosto che un regista-demiurgo che tende a diventare il vero autore dello spettacolo: «Nel 2018 misi in scena Sabato, domenica e lunedì nel celebre Teatro Vachtangov di Mosca. In quel caso decisi di usare una mano registica molto lieve, partendo dal presupposto che il pubblico russo non conoscesse la commedia, mai messa in scena, fino ad allora, nella loro lingua – commenta il regista – Più vado avanti nel lavoro e più mi convinco che questo atteggiamento sia giusto anche in Italia. Sia perché sono oltre vent’anni che questo testo non viene rappresentato nel nostro paese, sia perché penso che Eduardo sia come Goldoni: si può interpretare, ma non stravolgere. Siamo ormai abituati a far coincidere la parola “inquietante” con una definizione elogiativa di uno spettacolo. Ma non è così. Non è detto che far sorridere significhi far uscire dal sentiero dell’arte teatrale: Goldoni, Mozart, Cimarosa lo sapevano bene. E anche noi dobbiamo talvolta ricordarlo».
Una famiglia che siamo tutti noi
Sul palco, Teresa Saponangelo e Claudio Di Palma danno corpo a Rosa e Peppino Priore. Ma non sono solo attori che recitano: sono archetipi universali. Centrale, infatti, è la figura di Rosa Priore che, nell’interpretazione di Teresa Saponangelo, volto amato del cinema e della tv, incarna l’archetipo femminile che assorbe le tensioni e mantiene la coesione familiare. Amore e rancore mescolati insieme, come gli ingredienti di quel ragù che bolle lento sulla scena.
La trama? Tre giorni, tre generazioni, una casa. Rosa che compete con la nuora ai fornelli, Peppino geloso di fantasmi inesistenti, i figli con i loro sogni e le loro delusioni. Ma Eduardo, da genio quale era, sapeva che i grandi drammi dell’umanità non si consumano sui campi di battaglia. Si consumano a tavola, la domenica, quando ci si guarda negli occhi e non si può più mentire.
L’opera, che fa parte della Cantata dei giorni dispari, raccolta in cui compare una visione eduardiana amara dell’esistenza, sembra discostarsene lasciando un pensiero ottimista riguardo la sopravvivenza della famiglia. È una commedia senza tempo, in cui si sorride, ci si commuove e si riflette, anche e soprattutto, sul ruolo della donna. Come dichiara lo stesso De Fusco: «La famiglia De Piscopo è una vera famiglia, compatta e affezionata ai propri rituali. Ci commuove perché sa curare le proprie ferite e tiene alla salute del gruppo come ad un valore. Rileggendo questo capolavoro ci viene da rimpiangere più l’equilibrio perduto che l’anticipazione dei futuri conflitti. Ed emerge forse il rimpianto di Eduardo per una famiglia “normale”, da lui mai avuta.»
Seduta in platea, ho pensato a quanto siamo cambiati e a quanto siamo rimasti uguali. Le famiglie di oggi non si riuniscono più come una volta, è vero. Ma il bisogno di appartenere, di essere riconosciuti, di amare ed essere amati – quello non cambia mai. È la condizione umana, bellezza. Come diceva un vecchio saggio cinese: “Il fiume scorre sempre, ma l’acqua non è mai la stessa.”
Il teatro come luogo dell’anima
De Fusco dice che questo è il testo più cechoviano di Eduardo, e ha ragione. C’è quella stessa malinconia dolce, quella stessa capacità di guardare le nostre miserie con compassione. Non c’è giudizio nel teatro di Eduardo, c’è comprensione. E forse è questo che ci commuove: la famiglia Priore riesce a riconciliarsi, a trovare un equilibrio. In un mondo che si sta sbriciolando, questo finale solare ci ricorda che è ancora possibile.
Ho sempre pensato che il teatro vero, come i viaggi veri, ci trasforma. Non ci intrattiene soltanto: ci mette di fronte a noi stessi. E questo “Sabato, domenica e lunedì” fa esattamente questo. Ci costringe a chiederci: quando abbiamo perso la capacità di stare insieme? Quando il pranzo della domenica è diventato un optional, invece che un rito sacro?

Una storia che attraversa i continenti
Prima di parlare della mostra, vale la pena ricordare che questa commedia ha vissuto molte vite. La prima volta che il pubblico vide “Sabato, domenica e lunedì” fu il 6 novembre 1959 al Teatro Quirino di Roma. Eduardo interpretava Peppino, accanto a lui c’era Pupella Maggio nel ruolo di Rosa – un’interpretazione che fece epoca.
Ma la storia più straordinaria di questo testo la scrisse negli anni Settanta, quando attraversò la Manica e conquistò Londra. Franco Zeffirelli, che aveva visto Eduardo in scena e ne era rimasto folgorato, decise di portare il teatro napoletano nel cuore dell’Inghilterra. Riuscì nell’impresa di coinvolgere nientemeno che Laurence Olivier e Joan Plowright – la coppia reale del teatro britannico – per mettere in scena la commedia al National Theatre.
Era il 1973. Joan Plowright interpretava Rosa, Frank Finlay era Peppino, e Olivier stesso si ritagliò la parte del nonno Antonio. Lo spettacolo rimase in cartellone per due anni, prima al National poi al Queen’s Theatre, e nel 1973 vinse l’Evening Standard Award, il più prestigioso riconoscimento teatrale britannico. Un critico del Times scrisse con onestà disarmante: “Andai a teatro pensando di vedere una commediola napoletana d’atmosfera. Mi sbagliavo. Accidenti se mi sbagliavo!”
Mi sono sempre chiesto cosa deve aver provato Eduardo sapendo che le sue parole – nate tra i vicoli di Napoli, scritte in dialetto, immerse nella cultura del ragù domenicale – facevano commuovere il pubblico londinese. È la prova che certe verità umane non hanno bisogno di passaporto. La gelosia, l’amore, il bisogno di essere visti dall’altro – sono linguaggi universali, come il sorriso o le lacrime.
Poi ci fu la versione televisiva del 1990 diretta da Lina Wertmüller, con Sophia Loren e Luca De Filippo. E più recentemente quella del 2004 con Toni Servillo e Anna Bonaiuto per la Rai, seguita nel 2012 dall’adattamento di Massimo Ranieri con Monica Guerritore. Ogni generazione ha voluto dire la sua su questa famiglia, come se in quella casa ci fossimo stati tutti, almeno una volta.
La memoria come bussola
Nella Sala Squarzina hanno allestito una mostra che ripercorre la storia della commedia dal 1959 a oggi. Fotografie ingiallite, costumi appesi come reliquie, documenti che raccontano di un teatro che non c’è più. C’è anche un omaggio a Luca De Filippo, morto dieci anni fa, e guardando quelle immagini viene da pensare a quanto sia importante la memoria. Non per nostalgia, ma per orientamento.
Guardare indietro non significa voltare le spalle al futuro. Significa capire da dove veniamo per sapere dove andare. E questo spettacolo fa esattamente questo: ci ricorda chi eravamo, per aiutarci a capire chi siamo.

Un invito alla lentezza
Lo spettacolo continuerà fino al 4 gennaio, poi partirà in tournée per l’Italia. Biglietti da 25 a 40 euro, orari vari a seconda dei giorni. Ma questi sono dettagli pratici. Quello che voglio dire è altro: andate a vedere questo spettacolo. Non perché è Eduardo, non perché è un classico. Andate a vederlo perché in quelle due ore e mezza riscoprirete il senso della lentezza. Il ragù che bolle piano insegna più di mille manuali di filosofia: le cose importanti hanno bisogno di tempo, di fuoco basso, di pazienza.
E forse, uscendo dal teatro, con il rumore di Roma che vi accoglierà di nuovo, porterete con voi qualcosa. Non la risposta a tutti i problemi, ma una domanda importante: quando è stata l’ultima volta che ci siamo seduti a tavola, davvero presenti, davvero insieme?
Il teatro, come la vita, non ti dà soluzioni. Ti dà domande. E sono le domande giuste che ci salvano, sempre.

Informazioni pratiche
Lo spettacolo si tiene al Teatro Argentina in Largo di Torre Argentina, 52. Gli orari sono: martedì e venerdì ore 20:00, mercoledì e sabato ore 19:00, domenica ore 17:00. Pausa natalizia dal 23 al 25 dicembre. Il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026 gli spettacoli sono previsti alle ore 18:00.
I biglietti vanno da 25 a 40 euro. Per informazioni: tel. 06.684.000.311 o email biglietteria@teatrodiroma.net.
Dopo la tappa romana, lo spettacolo inizierà una tournée nazionale che toccherà i principali teatri italiani, da Treviso a Napoli, da Torino a Palermo, confermandosi come uno degli eventi teatrali più significativi della stagione.
Teatro Argentina
25 novembre 2025 – 4 gennaio 2026
Sabato, domenica e lunedì
commedia in tre atti di Eduardo De Filippo
regia Luca De Fusco
con Teresa Saponangelo (Rosa Priore), Claudio Di Palma (Peppino Priore)
e con Pasquale Aprile (Roberto), Alessandro Balletta (Federico), Anita Bartolucci (Amelia Priore), Francesco Biscione (Antonio Piscopo, padre di Rosa),
Paolo Cresta (Raffaele Priore, fratello di Peppino), Rossella De Martino (Virginia, cameriera), Renato De Simone (Attilio), Antonio Elia (Dottor Cefercola-Catiello, sarto), Maria Cristina Gionta (Elena),
Gianluca Merolli (Rocco), Domenico Moccia (Michele), Alessandra Pacifico Griffini (Maria Carolina), Paolo Serra (Luigi Ianniello), Mersila Sokoli (Giulianella)
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
luci Gigi Saccomandi
aiuto regia Lucia Rocco
foto di Tommaso Le Pera
prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Biondo di Palermo, LAC Lugano Arte e Cultura
pausa natalizia dal 23 al 25 dicembre 2025 I 31 dicembre 2025 e 1 gennaio 2026 ore 18.00






