In The Echo Chamber, si legge nella motivazione, arte e cinema diventano territori comunicanti: l’inquadratura assume la forza di una composizione pittorica, il tempo cinematografico si fa materia e la ricerca estetica diventa strumento di indagine sull’essere umano.

Il regista Andrea Pallaoro è il vincitore della venticinquesima edizione del Premio Fondazione Mimmo Rotella, assegnato per il film The Echo Chamber. La cerimonia si è tenuta venerdì 4 settembre alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, negli spazi del Giardino delle sculture e della terrazza di Palazzo Venier dei Leoni, in concomitanza con l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Un premio che compie 25 anni
Giunto a un quarto di secolo di storia, il riconoscimento continua a esplorare il dialogo tra cinema e arti visive, un legame che ne caratterizza l’identità fin dalla fondazione e che nasce dal rapporto personale che Mimmo Rotella intratteneva con l’immaginario cinematografico.
Il Premio è nato nel 2001 da un’idea dello stesso Rotella, con la collaborazione di Paolo De Grandis e Pierre Restany. Dal 2014 la direzione artistica è affidata a Gianvito Casadonte. Nel corso degli anni l’iniziativa ha portato a Venezia protagonisti di primo piano del cinema e dell’arte internazionale, tra cui Hayao Miyazaki, Jude Law, Ai Weiwei, Michael Caine, George Clooney, Julian Schnabel, Willem Dafoe, Donald Sutherland e Mick Jagger. Tra gli italiani insigniti figurano Paolo Sorrentino, Ascanio Celestini, Toni Servillo, Mario Martone, Marco Bellocchio, Fabio Grassadonia, Antonio Piazza, Elio Germano e Antonia Truppo. Lo scorso anno il riconoscimento era andato nuovamente a Sorrentino, per La Grazia, a distanza di nove anni dal primo premio ricevuto nel 2016 insieme a Jude Law per The Young Pope.
La motivazione della giuria
Il riconoscimento è stato assegnato a Pallaoro per la capacità di The Echo Chamber di tradurre il linguaggio cinematografico in un’esperienza visiva e in una vera ricerca artistica. Secondo la motivazione, nel cinema del regista l’immagine non si limita a raccontare una storia, ma diventa essa stessa il racconto: lo spazio, la composizione, il silenzio, il corpo e la luce concorrono a costruire un mondo in cui cinema e arti visive si incontrano naturalmente.
La giuria ha individuato in questo approccio un’affinità profonda con l’eredità artistica di Mimmo Rotella, che ha attraversato e reinterpretato l’immaginario del Novecento trovando nel cinema, nei volti, nei manifesti e nelle icone popolari una materia da scomporre e ricreare. Così come Rotella, con la tecnica del décollage, strappava la superficie dell’immagine per farne emergere nuovi significati, allo stesso modo Pallaoro utilizzerebbe il linguaggio del cinema per superare l’apparenza e interrogare ciò che si cela dietro volti, corpi, spazi e relazioni umane.
In The Echo Chamber, si legge ancora nella motivazione, arte e cinema diventano territori comunicanti: l’inquadratura assume la forza di una composizione pittorica, il tempo cinematografico si fa materia e la ricerca estetica diventa strumento di indagine sull’essere umano. Il Premio riconosce dunque a Pallaoro la capacità di concepire il cinema non solo come narrazione, ma come gesto artistico, in cui l’immagine diventa luogo di ricerca, inquietudine e bellezza.
Le parole del regista
Commentando il riconoscimento, Andrea Pallaoro ha raccontato il legame tra il proprio lavoro e quello di Rotella spiegando che a colpirlo, in un’immagine, è soprattutto ciò che non si mostra subito allo sguardo — una ferita, un’assenza, qualcosa che lo spettatore è chiamato a completare con la propria interpretazione. Una tensione, ha aggiunto, che ritrova nella ricerca dell’artista calabrese e nel suo tentativo di andare oltre la superficie delle immagini. Il regista ha definito la ricezione del premio a lui intitolato «un grande onore».









