THAILANDIA – Tre file di banchi ed una lavagna. Intorno niente muri: solo alberi e cielo. Una bambina è in piedi sulla cattedra, tenuta per mano da una giovane maestra. Tre compagni ricopiano in silenzio alcune frasi da un libro. Siamo nel cuore della jungla thailandese, nella zona di Kanchanaburi, nel villaggio di una delle popolazioni più antiche del sud est asiatico: i Mon. I loro diritti non sono per niente scontati: solo nel 2006 il governo thailandese ha concesso la cittadinanza a duemila bimbi Mon nati a Sangklaburi. La storia non è stata generosa con questo popolo. Dopo un periodo d’oro – il regno di Dvaravati, tra il VI e l’XI secolo, durante il quale introdussero nella regione il buddhismo therevada – i Mon hanno avuto vita difficile. Hanno pagato caramente le loro richieste di autodeterminazione, sino a vedere i propri villaggi rasi al suolo. E poi la fuga dal Myanmar, oltre il confine thailandese.

una delle abitazioni dei Mon (foto Anna Maria De Luca)
Una delle abitazioni dei Mon (foto Anna Maria De Luca)

Il villaggio si raggiunge esclusivamente via fiume, attraversando il Kwai a bordo di una lancia. Prendendo come riferimento Bangkok, sono 190 chilometri in strada e venti minuti via fiume. Qui nella jungla, lungo sentieri di terra battuta, i Mon hanno costruito case con il tetto in paglia, in stile palafitta, tutte in legno. Fuori, panni colorati stesi ad asciugare davanti alle porte, vicino alle orchidee selvatiche della jungla. E un gran senso di pace.
Vivono in un angolo di jungla, lontano dalle tensioni con i birmani ma ancora in bilico tra il Paese da cui sono fuggiti e quello in cui si sono rifugiati (soprattutto tra l’80 e il ’97) per scampare agli scontri. Una rivalità secolare, quella tra mon e birmani, che fu cavalcata anche dagli inglesi durante la colonizzazione: con la promessa dell’indipendenza, l’impero britannico ottenne l’ appoggio dei Mon contro l’etnia dominante. Neanche il raggiungimento, nel 1974, di uno Stato autonomo Mon – lungo la costa orientale del golfo di Martaban, dalla foce del Sittoung fino all’estremità nord della catena di Tenasserim – è riuscito a tranquillizzare le tensioni. E gli scontri sono proseguiti anche dopo il cessate il fuoco del 1996.

I Mon che vivono in questo villaggio si guadagnano da vivere lavorando come facchini, camerieri e altro in un hotel che si trova a pochi passi: il River Kwai Jungle Rafts. E vendendo qualche oggetto a chi riesce ad arrivare fino a qui. Hanno anche un loro teatro, per mantenere in vita le proprie antiche tradizioni che rischiano di andare perse. Sulle loro origini ci sono varie teorie. Una delle più accreditate è che discendano da indiani emigrati da Kalinga, un antico regno a cavallo di Orissa e Anndhra Pradesh. Insieme a Pyu, furono tra i primi popoli a insediarsi nel territorio del Myanmar sviluppando forme di civiltà molto influenzate dall’India.

Tra le case, gruppi di bambini giocano controllati da giovani mamme. La pace regnante viene improvvisamente interrotta dal rombo di un motorino. A bordo, due ragazze vestite all’occidentale ma con il volto dipinto. Sorridono e passano avanti. Si truccano così, spiega la guida, quando vogliono nascondersi dagli spiriti cattivi.

 Anna Maria De Luca

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