San Francesco a Ripa Grande custodisce tre segreti: il letto di pietra di un santo, l’ultimo marmo di Bernini e il corpo del più enigmatico pittore del Novecento

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Entri credendo di sapere cosa troverai — una navata, qualche cappella, magari un affresco che hai già visto riprodotto mille volte sui libri — e invece scopri che ogni porta nasconde un’altra porta, ogni buio cela una storia che nessuna guida turistica ha ancora deciso di raccontare per bene.

La Chiesa di San Francesco a Ripa Grande, in fondo a Trastevere, è esattamente una di queste chiese. Sta in piazza di San Francesco d’Assisi, numero 88, a due passi dal rumore e dalla movida, ma dentro è silenziosa come solo i luoghi che hanno assorbito secoli di preghiere sanno essere. La facciata è sobria, quasi modesta — il barocco romano si è contenuto, qui, rispetto alle sue abitudini — e questo inganna chi passa. Chi entra, invece, trova tre cose straordinarie. Una è celeberrima. Le altre due sono quasi segreti.

Una chiesa che nasce da un ospizio

Prima di tutto, bisogna capire dove si è. San Francesco a Ripa è la prima chiesa francescana di Roma, il luogo, oggi Santuario, in cui soggiornò San Francesco d’Assisi durante le sue visite romane a papa Innocenzo III intorno al 1209. Fu Jacopo de’ Settesoli ad aiutarlo a trovare riparo qui, presso quello che allora era l’ospizio di San Biagio, tenuto dai Benedettini di Ripa Grande, un ospedale che accoglieva soprattutto lebbrosi.

Pensate a cosa significa: in questo stesso edificio, ottocento anni fa, un uomo scalzo proveniente dall’Umbria dormiva su un sasso — letteralmente, un sasso, che è ancora conservato all’interno — prima di andare dal Papa a chiedere che riconoscesse il suo piccolo ordine di frati poveri. Quel uomo era Francesco d’Assisi. La chiesa deve la sua denominazione alla vicinanza con il soppresso porto di Ripa Grande, affacciato sul Tevere fino al XIX secolo. Un porto, un ospedale per lebbrosi, un santo itinerante. Già questa è una storia che basterebbe da sola.

Bernini e il marmo che respira

Ma la ragione per cui la maggior parte dei visitatori entra in questa chiesa — quelli che la trovano, almeno — è un’altra. In fondo alla navata sinistra, nella Cappella Altieri, c’è uno dei capolavori assoluti dell’arte barocca: l’Estasi della Beata Ludovica Albertoni, scolpita da Gian Lorenzo Bernini tra il 1671 e il 1674.

Ludovica Albertoni, terziaria francescana vissuta a Roma dal 1474 al 1533, fu beatificata nel 1671. Nello stesso anno la famiglia Altieri decise di dedicarle un altare nella cappella privata in San Francesco: l’opera venne affidata all’ormai settantenne Gian Lorenzo Bernini.

Quello che Bernini realizzò in quello spazio stretto e penombrato è qualcosa che non si dimentica. La parete di fondo viene arretrata, così Bernini può nascondere due piccole finestre verticali che danno direttamente all’esterno, creando una illuminazione radente che rischiara la bianca statua rendendola più visibile nella penombra della cappella. Entrando dalla navata principale, la cappella si presenta in maniera improvvisa, in una fitta penombra spezzata solo da un raggio di luce proveniente da una finestrella nascosta.

La beata è distesa sul letto di morte, le mani al petto, la bocca socchiusa, il corpo percorso da un fremito che il marmo — il marmo — riesce a restituire. Non è solo scultura. È la raffigurazione di qualcosa che sta tra il dolore e il piacere, tra la vita e la morte, tra la carne e lo spirito. Bernini aveva quasi settant’anni quando la scolpì. Sapeva esattamente cosa stava facendo.

Fermatevi davanti a quest’opera il tempo che merita. Non fretta. Non fotografie compulsive. Guardatela.

Il pittore degli enigmi, sepolto tra i frati

E poi c’è il terzo segreto. Quello che quasi nessuno conosce. Quello per cui vale la pena tornare in questa chiesa anche se l’avete già visitata.

In fondo alla Cappella dell’Immacolata, attraverso due piccole porte quasi invisibili, si accede a una cappella ricavata da un edificio confinante. Lì, in quella stanza raccolta e silenziosa, riposano le spoglie di Giorgio De Chirico — il pittore che più di ogni altro ha trasformato le piazze italiane in luoghi di inquietudine metafisica, le architetture in sogni svegli, le ombre lunghe del pomeriggio in presagi senza nome.

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Nel 1992 vennero traslate nella chiesa di San Francesco a Ripa le spoglie mortali del grande artista Giorgio de Chirico, prima seppellito al cimitero romano del Verano. Per ospitare la tomba venne ricavata una piccola cappella da una confinante proprietà del Ministero degli Interni, a cui si accede oggi da due porticine in fondo alla Cappella dell’Immacolata.

Perché qui? Perché un pittore greco di nascita, europeo di formazione, romano d’adozione, finì in una chiesa francescana di Trastevere?

La risposta è una storia d’amore. La vedova del pittore, Isabella Pakszwer — in arte scrittrice Isabella Far — era una grande ammiratrice e devota di San Francesco. Non fu un caso che i due avessero scelto di sposarsi nella Chiesa di San Francescuccio ad Assisi il 5 marzo 1952. E fu Isabella, nel 1984, a scrivere ai frati francescani esprimendo il desiderio che le spoglie del marito riposassero lì, in quella chiesa, vicino a quel santo. Fu nel 1992 che il permesso arrivò e la traslazione divenne possibile

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Le tre tele e la pietra tombale

Nella cappella, la luce è bassa. Sulla lastra tombale si legge l’epigrafe: Pictor Optimus. Il pittore migliore. Una dichiarazione senza falsa modestia — ma De Chirico era fatto così, non temeva il giudizio della posterità, semmai la sfidava.

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La vedova donò ai frati francescani tre tele del Maestro da apporre nella cappella della tomba: Autoritratto, Ritratto della moglie Isa — La dama velata — e La Caduta o Salita al Calvario. Quest’ultima è una tela dalle vaste proporzioni, 185 x 160 centimetri, e si può considerare la più importante opera sacra del Maestro.

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L’opera rappresenta una delle cadute di Gesù della Via Crucis al Calvario, ma in basso a destra, in primo piano e a mezzo busto, è dipinto San Francesco d’Assisi. De Chirico sapeva bene che San Francesco non poteva essere presente al Calvario di Gesù, ma ha voluto inserirlo nel quadro perché ha visto in lui il santo che più piange la passione del suo Signore, in quanto primo santo stimmatizzato della storia della Chiesa.

Come visitare la cappella

La piccola cappella dove fu sepolto Giorgio de Chirico è un luogo solitamente non aperto al pubblico. Per accedervi è necessario chiedere ai frati, oppure partecipare alle visite guidate organizzate da CoopCulture nell’ambito del progetto La Dimora di Francesco a Trastevere, che include anche la sacrestia, il coro e la cella del Santo. Vale ogni minuto.

Se invece volete semplicemente entrare in chiesa e sperare nella fortuna — che a Roma lavora spesso — arrivate di mattina presto, prima delle dieci, e chiedete a qualcuno in sacrestia. I frati sono generosi con chi arriva con rispetto e curiosità vera.

Per approfondire la vita e le opere di De Chirico, la Casa Museo De Chirico in Piazza di Spagna è a pochi passi dal centro ed è un altro luogo imprescindibile per chi ama il Novecento italiano. Trovi tutte le informazioni nel nostro itinerario Roma per appassionati d’arte.

Un anacronismo consapevole. Un pittore che per tutta la vita ha giocato con il tempo — piazze senza epoca, statue che appartengono a tutti i secoli e a nessuno — ha lasciato anche nel suo ultimo quadro una figura fuori dal suo tempo. Come se non potesse fare altrimenti. Come se il tempo, per De Chirico, fosse sempre stato qualcosa da piegare, non da rispettare.

Informazioni pratiche

📍 IndirizzoPiazza di San Francesco d’Assisi 88, 00153 Roma
🕗 Orari7:30–12:30 / 16:30–19:30
📞 Telefono+39 06 581 9020
📧 Emailsanfrancescoaripagrande@gmail.com
🌐 Sito ufficialesanfrancescoaripa.it
🎟️ Visite guidatecoopculture.it
🗺️ Come arrivareTram 8 da Piazza Venezia, fermata Trastevere / Mastai

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