A due passi dal museo più famoso di Madrid, un tempio gotico che ha visto nascere e sposarsi la corona di Spagna
Chi esce dal Museo del Prado e alza lo sguardo verso la collinetta alle sue spalle si trova davanti a una scenografia inaspettata: guglie gotiche, un rosone di pietra, una facciata che sembra uscita da tutt’altra epoca rispetto al rigore neoclassico dell’Edificio Villanueva. È la chiesa di San Jerónimo el Real, conosciuta a Madrid come «Los Jerónimos», uno dei luoghi più legati alla storia della monarchia spagnola e, insieme, uno dei meno affollati tra le grandi tappe turistiche della città.
Un monastero nato altrove
La storia dell’edificio comincia lontano da dove oggi lo vediamo. Nel 1464 il re Enrico IV di Castiglia fondò un monastero geronimiano sulle rive del fiume Manzanares, in una zona nei pressi di El Pardo. Le condizioni malsane del sito spinsero presto i monaci a chiedere un trasferimento e nel 1502 fu Isabella la Cattolica a concedere loro l’attuale collocazione, allora periferica, che da quel momento prese il nome di Prado de San Jerónimo — l’origine, non a caso, del toponimo che oggi identifica l’intero quartiere museale.
Accanto al monastero sorgeva il Cuarto Real, un piccolo alloggio reale che Filippo IV avrebbe poi ampliato fino a farne il Palazzo del Buen Retiro. Di quella reggia, quasi interamente scomparsa, restano oggi solo alcuni frammenti confluiti nel Campus del Prado: la chiesa di San Jerónimo è, in un certo senso, l’ultimo testimone in piedi di quel mondo di corte.
La cappella dei principi
Per secoli il monastero fu teatro delle cerimonie di giuramento degli eredi al trono, gli infanti insigniti del titolo di Principe delle Asturie: una tradizione che va da Filippo II, nel 1528, fino a Isabella II nel 1833. Il legame con la corona non si è mai interrotto del tutto — qui si celebrò anche la messa per l’investitura di Juan Carlos I — ed è probabilmente questo il motivo per cui la chiesa, pur non essendo mai stata una cattedrale, ha finito per assumere nell’immaginario collettivo un ruolo quasi di cappella reale della città.
L’episodio più noto resta però un matrimonio: nel 1906 Alfonso XIII sposò qui Vittoria Eugenia di Battenberg, nipote della regina Vittoria d’Inghilterra. Fu per l’occasione che venne costruita l’attuale, scenografica scalinata d’accesso — quella che si vede salire dal prato verso il portale — pensata per dare all’ingresso un respiro più solenne, degno di un matrimonio reale.
Distruzioni, restauri, un volto neogotico
La facciata che si vede oggi, con le sue torri slanciate e i pinnacoli che si stagliano contro il cielo di Madrid, è il risultato di un lungo lavoro di ricostruzione più che di una sopravvivenza intatta dal Cinquecento. Durante l’occupazione napoleonica l’edificio fu requisito e utilizzato come caserma, subendo danni gravissimi; i monaci furono espulsi nel 1808 e il monastero non si riprese mai nella sua forma originaria.

A restituire alla chiesa un’immagine coerente fu, tra il 1848 e il 1859, l’architetto Narciso Pascual Colomer, che intervenne in pieno gusto neogotico aggiungendo — non senza qualche polemica all’epoca — le torri che oggi ne definiscono il profilo. Il risultato è uno stile spesso definito «gotico elisabettiano», debitore delle forme tardogotiche spagnole ma filtrato attraverso la sensibilità ottocentesca del restauro romantico.
Dentro la chiesa, e il chiostro che è diventato museo
L’interno, spesso descritto dai visitatori come una sorpresa rispetto alla sobrietà della facciata, custodisce un patrimonio artistico di tutto rispetto: sculture di Mariano Benlliure, il settecentesco Cristo della Buona Morte di Juan Pascual de Mena, dipinti di Vicente Carducho, e alcune tele seicentesche concesse in prestito proprio dal Museo del Prado, che permettono di ammirare opere di grande qualità senza pagare il biglietto d’ingresso al museo.

Il legame fisico con il Prado, del resto, è oggi più stretto che mai: il chiostro barocco del monastero, disegnato originariamente da Lorenzo de San Nicolás, è stato smontato pietra per pietra, restaurato e integrato nell’ampliamento del museo firmato dall’architetto Rafael Moneo — il celebre «Cubo Moneo» — diventando a tutti gli effetti parte del percorso museale. Un caso raro in cui architettura religiosa e collezione statale finiscono per condividere, letteralmente, le stesse mura.
Una tappa silenziosa
Oggi San Jerónimo el Real è una parrocchia attiva, con messe regolari e un piccolo coro che canta ogni quarta domenica del mese. Per chi visita Madrid, resta una delle soste più sottovalutate della città: bastano pochi minuti di cammino dall’uscita del Prado per lasciarsi alle spalle la folla dei turisti e ritrovarsi in uno spazio raccolto, dove otto secoli di storia spagnola — dai Re Cattolici alle nozze di Alfonso XIII — si respirano quasi in silenzio, all’ombra della grande pinacoteca che le sorge accanto.









