Un libro che si legge come un romanzo e pesa come un saggio. La domanda al centro — cosa succede quando la scienza incontra il potere totalitario? — non è solo storica. È una domanda che riguarda ogni epoca in cui uno scienziato deve decidere se dire la verità a chi non vuole sentirla. Bechterev quella verità la disse. E sappiamo come andò a finire.

Vladimir Michajlovič Bechterev era un neurologo e psicologo nato nel 1857. Sulla base dell’esistenza dei «riflessi associativi» costruì una teoria riflessologica generale che fu il punto di partenza per ricerche nei campi della neurologia, pedagogia, sociologia e pediatria. Le sue tecniche sperimentali influenzarono fortemente il comportamentismo americano al suo sorgere. Treccani
Era, in parole semplici, uno dei più grandi scienziati del cervello del suo tempo. Di lui si diceva: «Solo in due conoscono il mistero della struttura e dell’organizzazione del cervello: Dio e Bechterev».

Fondò nel 1904 l’Istituto di psiconeurologia, in cui si univano gli studi sulla psicologia individuale a quelli di psicologia sociale. La manipolazione delle masse era a quei tempi un campo d’avanguardia. E i bolscevichi furono assai interessati agli studi di Bechterev. Era stato critico dello zarismo, e poi aveva appoggiato il bolscevismo. Sembrava quindi uno scienziato al sicuro sotto il nuovo regime — stimato, utile, intoccabile.

Il 22 dicembre 1927 — La visita al Cremlino

Ed ecco il momento cruciale. Il colloquio con Stalin dura tre ore. Nessuno sa esattamente di cosa parlarono. Forse Stalin voleva una consulenza medica, o forse voleva studiare lo psicologo più famoso d’Unione Sovietica per capire se fosse un alleato o un pericolo. Fatto sta che quella stessa sera, terminato lo spettacolo al teatro e dopo una rapida visita al museo del teatro, Bechterev comincia ad accusare delle forti fitte all’addome. I medici convocati per assisterlo sembrano convinti che si tratti di una gastrite dovuta a qualche cibo avariato. La situazione tuttavia peggiora: Bechterev muore ufficialmente alle 23.45 della vigilia di Natale, in circostanze misteriose. La versione ufficiale fu: avvelenamento da cibo guasto. Ma intorno a quella morte si diffuse immediatamente un’altra storia. Alcuni cominciano ad associare la sua morte alla professione medica: uscito dal Cremlino, Bechterev aveva annunciato ai suoi colleghi di aver appena visitato «un paranoico dal braccio atrofizzato».

Il braccio atrofizzato era quello di Stalin — un difetto fisico che il dittatore nascondeva accuratamente e che ossessionava la sua immagine pubblica. E «paranoico» era una diagnosi psichiatrica devastante. Se vera, avrebbe potuto essere usata per delegittimarlo.Le ipotesi sulla morte. Bechterev aveva capito che nella personalità di Stalin ci fosse della paranoia? Lo aveva addirittura detto o rivelato in qualche modo? Forse Stalin si era sentito, improvvisamente, messo a nudo e aveva reagito con la sua consueta violenza verso gli elementi di disturbo del proprio potere? Il Giornale
Ma c’è un’altra ipotesi ancora più inquietante. Nel 1995 la nipote di Bechterev allude a un’altra possibilità: che lo scienziato sia stato ucciso non per la diagnosi di Stalin, ma perché era a conoscenza di segreti su un’altra morte illustre — quella di Lenin, da lui visitato più volte. Lenin era morto nel 1924 in circostanze mai del tutto chiarite, e Bechterev era tra i pochi medici che lo avevano visitato.

Il nome e la fama di Bechterev erano stati condannati alla damnatio memoriae da Stalin: di lui e della sua produzione scientifica siamo stati informati soltanto a partire dalla morte di Stalin nel 1953. Cancellare Bechterev dalla storia significava anche cancellare tutto ciò che sapeva.

La psicologia al servizio del potere

Mecacci non racconta solo la morte di un uomo. Usa questa storia per aprire una finestra su qualcosa di più vasto e inquietante: i dirigenti bolscevichi pensavano che uno psicologo bravo fosse sempre utile: grazie alle sue analisi si poteva entrare direttamente nel cervello degli individui e controllarli. Un’idea che farà una lunga strada nell’URSS, dove spesso i dissidenti finiranno internati in reparti psichiatrici con lo scopo di ridurre i loro discorsi a sintomi di una presunta malattia mentale. Il Giornale
La psicologia, in altre parole, era diventata uno strumento di potere. E Bechterev, che quella psicologia l’aveva costruita, si era ritrovato intrappolato nella macchina che lui stesso aveva contribuito a creare.

La novella di Feuchtwanger

Il libro si apre con una novella di Lion Feuchtwanger, scrittore ebreo-tedesco, scritta nel 1931 — quattro anni dopo la morte di Bechterev. Il protagonista si chiama dott. Bl., è un fisiologo del cervello, incontra un dittatore, muore subito dopo. Feuchtwanger non ha mai detto esplicitamente di essersi ispirato a Bechterev, ma le analogie sono così precise da essere quasi impossibili da spiegare altrimenti.
Mecacci usa questa novella come specchio: prima leggi la fiction, poi scopri che la realtà era ancora più oscura.

In questo libro quel che conta è il gioco d’ombre: tutto è proiettato, partendo dai fatti storici osservabili, in una dimensione irriducibilmente e fascinosamente oscura. Potrebbe essere un cold case, oppure la costruzione tendenziosa di un cold case. Il Giornale
Mecacci non pretende di avere la risposta definitiva — nessuno ce l’ha, perché gli archivi sovietici su quel caso restano parzialmente sigillati. Quello che fa è ricostruire un’epoca, una scienza, un potere, e lasciare il lettore davanti all’unica certezza: uno dei più grandi scienziati del mondo visitò Stalin, disse ai colleghi di aver visto un paranoico, e il giorno dopo era morto.

L’autore: Luciano Mecacci

Luciano Mecacci è nato a Livorno il 27 novembre 1946. Si è laureato in filosofia all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” nel 1970. Dal 1971 al 1986 è stato ricercatore dell’Istituto di Psicologia del CNR di Roma. Dal 1977 al 1995 ha insegnato a “La Sapienza”, dove ha ricoperto anche l’incarico di direttore del Dipartimento di Psicologia. Ha poi insegnato all’Università di Firenze fino al 2009.

Il suo interesse per la storia della psicologia russa risale ai periodi di studio presso l’Istituto di psicologia generale e pedagogica di Mosca e l’Istituto di psicologia dell’Accademia delle scienze dell’URSS tra il 1972 e il 1978. Negli anni Settanta, mentre l’Unione Sovietica era ancora al suo apice e la cortina di ferro separava i mondi, Mecacci andava a Mosca a studiare psicologia. Da quell’esperienza nascerà una vocazione che durerà tutta la vita. Studioso dell’opera di Vygotskij, nel 1990 ha curato la prima traduzione mondiale integrale dal russo del libro Pensiero e linguaggio. Ha vinto il Premio Viareggio nel 2014 con La ghirlanda fiorentina, un libro sulla morte di Giovanni Gentile. Un intellettuale capace di muoversi tra psicologia, storia e letteratura con eguale disinvoltura

Palingenia

Anche questo libro esce da Palingenia, la stessa casa editrice del volume di Pontiggia — fondata nel 2024, diretta dall’ex-Adelphi Giancarlo Maggiulli, con sede veneziana e redazione milanese. Il fatto che Palingenia abbia scelto sia Pontiggia sia Mecacci per i suoi primissimi titoli dice molto della sua vocazione: libri colti, ricercati, che nascono dall’incrocio tra letteratura, storia e scienza, curati tipograficamente come si faceva un tempo.

Ascolta la puntata di Radio Libertà nella quale abbiamo parlato di questo libro: