Il libro di oggi è, senza esagerare, un classico: Immagine e culto. Una storia dell’immagine prima dell’età dell’arte, di Hans Belting, uscito in Germania nel 1990 con il titolo Bild und Kult e arrivato in una nuova, integrale edizione italiana per Carocci nel 2022, a cura di Luca Vargiu. Quasi novecento pagine, oltre duecentosessanta illustrazioni, che restituiscono finalmente al lettore italiano l’opera nella sua interezza, dopo una prima traduzione parziale uscita già nel 2001 con un titolo diverso, Il culto delle immagini.

Hans Belting, del quale abbiamo già parlato a proposito della sua Antropologia delle immagini, è scomparso a Berlino il 10 gennaio 2023, poche settimane prima che uscisse questa nuova edizione italiana: possiamo dire che questo libro sia stato, in un certo senso, il suo testamento intellettuale reso finalmente accessibile per intero al pubblico italiano. Belting arriva a questo lavoro da medievista — si era fatto conoscere per gli studi sulla pittura altomedievale nel Mezzogiorno longobardo — e da studioso delle icone bizantine, un interesse che affonda le radici anche in un evento storico preciso: tra il 1958 e il 1965 una missione dell’Università di Princeton al monastero di Santa Caterina, sul Sinai, rese per la prima volta disponibili al mondo, tramite riproduzioni fotografiche a colori, le antichissime icone lì custodite. È da quel materiale, e da quella riscoperta, che nasce l’interesse di una generazione di studiosi, Belting fra questi.

Il cuore del libro è un’idea radicale nelle sue conseguenze: prima che esistesse l’arte, come la intendiamo noi (un’opera firmata, ammirata, collezionata) sono esistite per secoli le immagini di culto, quelle che i tedeschi chiamano Kultbild: icone, veli, reliquie figurate, venerate nelle chiese d’Oriente e d’Occidente non per il loro valore estetico, ma perché erano ritenute capaci di rendere presente ciò che raffiguravano. Belting racconta questa storia attraverso un esempio che apre splendidamente il libro: il pellegrino dantesco che arriva a Roma per vedere il velo della Veronica, il volto di Cristo impresso sul tessuto, e ne resta sbalordito non perché sia un bel dipinto, ma perché crede di trovarsi davanti al vero volto di Dio. È in questa distinzione, tra somiglianza e presenza, il titolo dell’edizione americana del libro è non a caso Likeness and Presence: l’icona non rappresenta soltanto il sacro, in qualche modo lo rende presente.

Perché questo libro è così importante, e perché la sua ripubblicazione integrale nel 2022 è stata salutata come un evento? Perché Belting, scrivendolo, dichiara guerra a un intero modo di studiare le immagini: rifiuta tanto il metodo iconologico di Panofsky, troppo concentrato a decifrare il significato nascosto delle opere, quanto l’approccio della memoria culturale di Warburg, per proporre una terza via, che lui stesso chiamerà poi “antropologia dell’immagine”: lo studio delle immagini non come opere d’arte, ma come pratiche umane, legate al corpo, al culto, alla morte, alla devozione popolare. Non a caso, già nel 1983, anni prima di scrivere questo libro, Belting aveva tenuto una prolusione accademica dal titolo provocatorio: La fine della storia dell’arte? Con Immagine e culto toglie il punto interrogativo.

Il libro si chiude, significativamente, con la Riforma protestante e la Controriforma: è lì, secondo Belting, che le antiche immagini di culto perdono la loro forza di presenza reale e diventano — per la prima volta — oggetti da collezione, da studiare storicamente. Nasce così, paradossalmente dalla loro crisi, quella che noi oggi chiamiamo “arte”. È una tesi che ancora oggi, oltre trent’anni dopo, continua a essere discussa e messa alla prova, ed è forse per questo che Carocci ha scelto di riproporla al pubblico italiano in una veste finalmente completa e all’altezza dell’originale.

Un’ultima notizia, per chi fosse interessato ad approfondire: il volume, circa novecento pagine, è pensato più come opera di riferimento da consultare che da leggere tutta d’un fiato, un libro da tenere sul tavolo, a cui tornare capitolo per capitolo.

Chi è Hans Belting

Hans Belting (1935–2023) è stato uno storico dell’arte e teorico dell’immagine tedesco, tra i più influenti studiosi del suo campo nella seconda metà del Novecento.
Ha insegnato in diverse università tedesche, tra cui Monaco, Heidelberg e infine l’Università di Arte e Design di Karlsruhe (ZKM), dove è stato tra i fondatori e ha diretto il Centro per la Storia dell’Arte e la Teoria dei Media.

I suoi contributi principali sono “Bild und Kult” (1990, tradotto in italiano come “Il culto delle immagini”): la sua opera più celebre, in cui ricostruisce la storia dell’immagine sacra in Occidente prima dell’avvento dell’arte rinascimentale intesa in senso moderno. La tesi centrale è che, prima del Rinascimento, le immagini religiose (icone, reliquie) avevano una funzione di culto — erano oggetti di venerazione con un potere quasi magico o taumaturgico — mentre solo successivamente si sviluppa il concetto di “arte” come categoria estetica autonoma.

Teoria dell’immagine (Bildwissenschaft): Belting ha sviluppato una riflessione più ampia sulla natura antropologica dell’immagine, distinguendo tra immagine, medium e corpo. Opere come “Antropologia delle immagini” esplorano come le immagini si leghino al corpo umano (memoria, morte, rappresentazione) al di là del solo contesto artistico occidentale.

“La fine della storia dell’arte?”: un altro testo influente in cui discute la crisi delle narrazioni storico-artistiche tradizionali nell’epoca contemporanea, mettendo in dubbio l’idea di uno sviluppo lineare e progressivo dell’arte.

Il suo lavoro ha avuto un impatto profondo non solo sulla storia dell’arte ma anche su discipline come l’antropologia visuale e gli studi sui media, contribuendo a spostare l’attenzione dall’opera d’arte come oggetto estetico all’immagine come fenomeno culturale e antropologico più ampio.