Come è possibile far sparire le tracce della violenza dalla scena del crimine servendosi di un’immagine via satellite? È da questa domanda, apparentemente assurda, che parte la denuncia di Eyal Weizman in “Architettura forense”. Il libro, che si inserisce nel solco delle innovative ricerche condotte dal suo collettivo Forensic Architecture, svela un lato oscuro e inquietante delle nuove tecnologie digitali e della loro applicazione nell’investigazione.

L’autore ci porta in un mondo dove l’architettura non è solo un insieme di edifici, ma un “medium”, un supporto di memoria e uno strumento di verità. Weizman analizza casi concreti in cui le immagini satellitari, utilizzate per documentare crimini e violazioni dei diritti umani, sono limitate da una “soglia di percepibilità” imposta, che impedisce di distinguere dettagli cruciali. Questa limitazione non è un semplice problema tecnico, ma, come suggerisce l’autore, una vera e propria strategia politica per rendere invisibile la violenza di stato.

Il lavoro di Forensic Architecture, e di conseguenza il libro di Weizman, ribalta il concetto stesso di “forensics”. Se di solito l’analisi forense è appannaggio delle agenzie statali, qui diventa uno strumento di “contro-forensics”, un mezzo per i cittadini e gli attivisti per investigare e denunciare la violenza del potere. È un approccio che fonde architettura, arte, giornalismo investigativo e tecnologia per produrre “verità pubbliche” che sfidano le narrazioni ufficiali.

“Architettura forense” non è un libro facile, ma è di un’importanza capitale. È un’analisi acuta e originale che ci costringe a riflettere sul ruolo della tecnologia nella nostra vita, sulla manipolazione delle immagini nelle guerre contemporanee e sulla necessità di una vigilanza costante per difendere la giustizia e la verità.

Eyal Weizman insegna Spatial and Visual Culture presso la Goldsmiths University di Londra. Dirige l’agenzia di ricerca Forensic Architecture (forensic-architecture.org) – da lui fondata nel 2010 – che indaga su violenze di stato e violazioni dei diritti umani utilizzando tecniche architettoniche e di visualizzazione digitale. È membro del consiglio del Centre for the Investigative Journalism (CIJ) e del consiglio tecnologico della Corte Penale Internazionale dell’Aia. Nel 2007, con Sandi Hilal e Alessandro Petti, ha fondato il collettivo di architettura DAAR a Beit Sahour, in Palestina. Il lavoro di ricerca sviluppato da Forensic Architecture è stato al centro di fondamentali esposizioni in importanti istituzioni in tutto il mondo. Nel 2018, l’agenzia è stata candidata al Turner Prize. Tra le pubblicazioni di Weizman: Architettura dell’occupazione (2009); Mengele’s Skull (2012); Il minore dei mali possibili (2013); The Roundabout Revolutions (2015). 

Qui si può vedere un video sulla pratica dell’architettura forense. Forensic Architecture con Eyal Weizman

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