
La Tunisia come patria d’adozione, l’esilio come memoria condivisa
Bettino Craxi: l’uomo che aveva incarnato il potere socialista italiano per oltre un decennio, l’artefice di un progetto politico ambizioso e controverso, trovò negli ultimi anni della propria vita non la grandezza delle capitali europee ma la discrezione di una città di mare nordafricana. Hammamet, con i suoi bougainvillea e i suoi tramonti sul Mediterraneo, fu teatro di un esilio che la storia italiana stenta ancora a leggere senza i filtri dell’ideologia.
È proprio questo territorio scomodo — geografico e morale insieme — che Antonio Armini ed Ettore Minniti scelgono di abitare nel loro volume edito da Solfanelli. Il libro non è una biografia né un atto d’accusa, non è apologia né revisionismo: è qualcosa di più raro, ovvero un atto di testimonianza affettiva, la ricostruzione di come un popolo — quello tunisino — abbia accolto un ospite scomodo con la dignità propria di chi conosce la storia delle civiltà mediterranee.
Il Mediterraneo come spazio di accoglienza
Il libro ruota attorno a un’idea semplice ma potente: che la Tunisia non abbia semplicemente tollerato Craxi, ma lo abbia accolto con quel rispetto riservato a chi arriva da lontano. Gli autori descrivono questa accoglienza come un ponte — culturale, storico, umano — tra le due sponde di un mare che da sempre mischia lingue, destini e politiche. In questo senso, Hammamet ricorda Bettino è anche un libro sul Mediterraneo come idea, prima ancora che come geografia.
“Bettino Craxi ha trovato sulle coste tunisine non solo una terra accogliente, ma un popolo capace di ricevere chi arriva da lontano con il rispetto e la discrezione tipici delle grandi civiltà“
La prospettiva adottata dai due autori è volutamente laterale: non guardano Craxi dall’Italia, attraverso il prisma deformante di Tangentopoli, ma dal lato tunisino, da chi ha visto un uomo invecchiare in esilio senza rinunciare alla propria identità. È una scelta narrativa coraggiosa, che restituisce al personaggio una dimensione umana che il dibattito politico italiano ha spesso sacrificato sull’altare della contrapposizione.
Gratitudine come categoria politica
Nel libro circola un sentimento che nella letteratura politica italiana è quasi assente: la gratitudine. Gli autori la rivolgono esplicitamente a tutti coloro che, con gesti piccoli o grandi, contribuirono ad alleggerire il peso di quegli anni difficili. Non si tratta di retorica sentimentale, ma di un tentativo preciso di riportare nella narrazione storica le voci di chi visse quell’esperienza senza essere al centro della scena: funzionari locali, vicini di casa, personalità della società civile tunisina.
In questo senso il volume si inserisce in una tradizione di scrittura storica dal basso, attenta alle periferie degli eventi più che ai loro epicentri. Laddove la storiografia ufficiale ha seguito i faldoni di Mani Pulite, Armini e Minniti seguono il profumo del gelsomino di Hammamet.
Due voci, una visione
La scelta di una doppia firma è significativa. Antonio Armini, romano di nascita e militante politico di lungo corso — dal PSI alla Comunità di Sant’Egidio, dai Radicali alla Banca d’Italia — porta nel testo la memoria diretta di chi ha vissuto l’epoca craxiana dall’interno, con tutte le sue contraddizioni. Dal 2019 vive ad Hammamet: la sua non è dunque la voce di chi osserva da fuori, ma di chi condivide lo stesso paesaggio che Craxi conobbe.
Ettore Minniti, ufficiale dei Carabinieri in congedo, assessore alla sicurezza di Caltagirone, oggi Vicesegretario dell’Associazione per l’Italia nel Mondo per la Tunisia, porta invece la prospettiva di chi lavora concretamente all’integrazione tra le due culture. La sua presenza istituzionale nel tessuto associativo italo-tunisino conferisce al libro una credibilità documentaria che va al di là della testimonianza personale.
Un omaggio, non un processo
Va detto con chiarezza: questo non è un libro neutro, né pretende di esserlo. È dichiaratamente un omaggio, una celebrazione dell’apertura di un popolo che non ha avuto timore di fungere da ponte. Chi cerca un bilancio critico dell’eredità craxiana troverà probabilmente poco qui. Ma sarebbe sbagliato leggerlo come semplice agiografia: ciò che rende il volume interessante è proprio il suo spostamento di fuoco — dall’imputato alla comunità che lo accolse, dal processo all’esilio vissuto.
In un panorama editoriale che su Craxi ha già detto quasi tutto, Hammamet ricorda Bettino trova una propria nicchia inaspettata: quella dell’incontro tra culture, della memoria mediterranea, del gesto umano che sopravvive alla politica. È, in fondo, un libro sulla dignità — quella di un uomo in esilio, e quella di un popolo che non si chiede da dove arrivi chi bussa alla porta.
Anna Maria De Luca








